03 aprile 2026


Un abito riposto e il respiro del Maestro

che continua a chiamare!

Esistono chiamate che non passano per la porta di servizio, ma che entrano prepotenti nella giovinezza, chiedendo tutto. A 17 anni, mentre il mondo fuori era pieno di possibilità, io sceglievo la mia: Gesù di Nazareth. Non era una fuga, ma la risposta totale e libera a una chiamata. Volevo vivere il Vangelo, seguire le orme di Francesco d’Assisi e specchiarmi nel coraggio di Francesca Streitel, una donna che mi ha insegnato la forza dell'audacia.

Per 22 anni, quella è stata la mia vita. Appartenere al mio “Tutto” in quella famiglia religiosa.

Ma la vita religiosa, specchio dell'umano, non è sempre un giardino fiorito. Ho conosciuto la bellezza della fraternità, della condivisione, del ridere e del soffrire insieme, ma ho anche incontrato il volto gelido dell’istituzione quando questa smette di servire, di mettersi al servizio, e inizia a pretendere obbedienza cieca e indiscussa.

Dal 2003, il modello di governo della mia congregazione si era trasformato in un sistema autoreferenziale. Il pensiero personale era visto come un’insidia, il confronto come una ribellione. In quel clima di potere malato, dove l’ascolto era sostituito dall’interpretazione dei fatti, la mia voce diveniva sempre più “fastidiosa” e incomodante.

Nel 2012, a 39 anni, sono stata "accompagnata alla porta". Non perché avessi perso la fede, ma perché la mia coerenza metteva a nudo le ombre di un sistema che preferiva il silenzio assordante delle mezze verità, il non confronto, al dialogo e alla trasparenza. Anche chi credevo mi stimasse, come la Madre Generale, ha preferito ascoltare i sussurri nati dalla gelosia e dall'invidia, da un potere autoreferenziale di chi segue la carriera. In quel periodo, diverse di noi sono state trattate come se “fossimo un peso”, e ad essere stata “accompagnata alla porta” non sono stata la sola.

C’è un’ironia sacra nel modo in cui la vita dispone i suoi atti finali. I miei ultimi giorni in comunità sono coincisi con la Settimana Santa del 2012. Ho vissuto la mia personale passione accanto al mio “Tutto”, il Maestro Gesù di Nazareth.

Il Giovedì Santo: Ho mangiato l’ultima cena con le mie sorelle. Ho continuato a servirle, a “lavare i piedi” a chi, tra tradimento e doppiezza, di lì a poco, non mi avrebbe più riconosciuta. Ed è il dolore più grande: vivi insieme per 22 anni e poi, neanche più una telefonata, un messaggio; niente auguri…neanche per il giorno del tuo compleanno. La domanda che mi è nata: ma quelle relazioni erano autentiche solo per me? E’ stata tutta una farsa?

E poi arriva l’uragano del Venerdì Santo: la totale “spogliazione”. Mi sono alzata e ho pregato le Lodi, ma c’era qualcosa di diverso quella mattina, che lasciava penetrare il freddo gelido del momento che stavo vivendo: ero senza l’abito. Quella mancanza della solita stoffa era una ferita aperta sulla pelle: non ero più parte di quella famiglia. Mi sentivo completamente “nuda”, come Francesco nudo in piazza non apparterrà più alla famiglia di Pietro di Bernardone, così anch’io non apparterrò più a quella famiglia, tra l’altro alla mia famiglia di origine l’avevo abbandonata già a 17 anni.

Non appartenevo più a nessuno; fuori al gelo interiore e al nulla esteriore, sola, consegnata alla mia “notte oscura”: dove andrò? Che sarà di me?

In quel momento, la Chiesa   mi ha mostrato il suo volto di matrigna, non di Madre. Mi ha lasciata sola proprio mentre cercavo di essere più fedele al Vangelo.

Oggi, a quattordici anni da quel congedo forzato, la ferita ha smesso di sanguinare, le lacrime hanno smesso di rigare il mio volto, ma la cicatrice narra ancora la stessa storia.

Molti pensano che lasciare l'abito significhi lasciare Dio. Non sanno che il legame con il Maestro Gesù non si spezza con un decreto umano. Vivo ancora la mia vocazione. In modo diverso, forse più nudo e radicale, veramente povera condividendo pienamente la vita degli ultimi; sono nel mondo ma non del mondo. 

Eppure, sento di abitare ancora un tempo sospeso: il Sabato Santo.

È quel tempo del silenzio assordante, dove il corpo del Signore è nel sepolcro e la speranza sembra un azzardo. È il tempo dell’attesa, della domanda, della solitudine che prepara la gloria. Vivo l’attesa nell’Attesa della mia Domenica di Resurrezione, quel passaggio finale che scioglierà i nodi del passato e mi farà sentire, finalmente e veramente per sempre, di appartenere a Qualcuno che non tradisce, non calunnia e non dimentica che tu esisti, nonostante e, forse, proprio per quella che sei.

Per questo la mia storia non è finita alla chiusura della porta di quel convento. È solo passata attraverso il fuoco che purifica, per diventare, finalmente, più autentica e trasparente, perché io possa accogliere e sostenere, stare accanto a tutte quelle sorelle e tutti quei fratelli che sono soli e stanno attraversando la loro “notte oscura”, e diventarne “Voce”. Come mi ripete sempre una mia cara amica: “Tu vedi e senti quello che altri non immaginano nemmeno!”.

Uno sguardo nuovo, che sa andare oltre le apparenze: questo è il dono prezioso che ho ricevuto da tutto quello che ho personalmente vissuto, dal dolore e dalla sofferenza che mi hanno scalfito dentro, è la Luce folgorante che fuoriesce da quelle ferite trasformate in Feritoie.

Non appartengo più a un'istituzione, ad una “famiglia”, ma quel dolore mi ha resa capace di appartenere, veramente e per sempre, a chiunque cerchi il respiro del Maestro nel deserto del mondo.

 

FabianaFrancesca Ceravolo



Un abito riposto e il respiro del Maestro che continua a chiamare! Esistono chiamate che non passano per la porta di servizio, ma che entr...