Un abito riposto e il respiro del Maestro
che continua a chiamare!
Esistono
chiamate che non passano per la porta di servizio, ma che entrano prepotenti
nella giovinezza, chiedendo tutto. A 17 anni, mentre il mondo fuori era pieno
di possibilità, io sceglievo la mia: Gesù di Nazareth. Non era una fuga, ma la
risposta totale e libera a una chiamata. Volevo vivere il Vangelo, seguire le
orme di Francesco d’Assisi e specchiarmi nel coraggio di Francesca Streitel,
una donna che mi ha insegnato la forza dell'audacia.
Ma la
vita religiosa, specchio dell'umano, non è sempre un giardino fiorito. Ho
conosciuto la bellezza della fraternità, della condivisione, del ridere e del
soffrire insieme, ma ho anche incontrato il volto gelido dell’istituzione
quando questa smette di servire, di mettersi al servizio, e inizia a pretendere
obbedienza cieca e indiscussa.
Dal
2003, il modello di governo della mia congregazione si era trasformato in un
sistema autoreferenziale. Il pensiero personale era visto come un’insidia, il
confronto come una ribellione. In quel clima di potere malato, dove l’ascolto
era sostituito dall’interpretazione dei fatti, la mia voce diveniva sempre più
“fastidiosa” e incomodante.
Nel
2012, a 39 anni, sono stata "accompagnata alla porta". Non perché
avessi perso la fede, ma perché la mia coerenza metteva a nudo le ombre di un
sistema che preferiva il silenzio assordante delle mezze verità, il non
confronto, al dialogo e alla trasparenza. Anche chi credevo mi stimasse, come
la Madre Generale, ha preferito ascoltare i sussurri nati dalla gelosia e
dall'invidia, da un potere autoreferenziale di chi segue la carriera. In quel
periodo, diverse di noi sono state trattate come se “fossimo un peso”, e ad
essere stata “accompagnata alla porta” non sono stata la sola.
C’è
un’ironia sacra nel modo in cui la vita dispone i suoi atti finali. I miei
ultimi giorni in comunità sono coincisi con la Settimana Santa del 2012. Ho
vissuto la mia personale passione accanto al mio “Tutto”, il Maestro Gesù di
Nazareth.
Il
Giovedì Santo: Ho mangiato l’ultima cena con le mie sorelle. Ho continuato a
servirle, a “lavare i piedi” a chi, tra tradimento e doppiezza, di lì a poco,
non mi avrebbe più riconosciuta. Ed è il dolore più grande: vivi insieme per 22
anni e poi, neanche più una telefonata, un messaggio; niente auguri…neanche per
il giorno del tuo compleanno. La domanda che mi è nata: ma quelle relazioni
erano autentiche solo per me? E’ stata tutta una farsa?
E poi
arriva l’uragano del Venerdì Santo: la totale “spogliazione”. Mi sono alzata e
ho pregato le Lodi, ma c’era qualcosa di diverso quella mattina, che lasciava
penetrare il freddo gelido del momento che stavo vivendo: ero senza l’abito.
Quella mancanza della solita stoffa era una ferita aperta sulla pelle: non ero
più parte di quella famiglia. Mi sentivo completamente “nuda”, come Francesco
nudo in piazza non apparterrà più alla famiglia di Pietro di Bernardone, così
anch’io non apparterrò più a quella famiglia, tra l’altro alla mia famiglia di
origine l’avevo abbandonata già a 17 anni.
Non
appartenevo più a nessuno; fuori al gelo interiore e al nulla esteriore, sola,
consegnata alla mia “notte oscura”: dove andrò? Che sarà di me?
In
quel momento, la Chiesa mi ha mostrato il suo volto di matrigna, non di
Madre. Mi ha lasciata sola proprio mentre cercavo di essere più fedele al
Vangelo.
Oggi,
a quattordici anni da quel congedo forzato, la ferita ha smesso di sanguinare,
le lacrime hanno smesso di rigare il mio volto, ma la cicatrice narra ancora la
stessa storia.
Molti
pensano che lasciare l'abito significhi lasciare Dio. Non sanno che il legame
con il Maestro Gesù non si spezza con un decreto umano. Vivo ancora la mia
vocazione. In modo diverso, forse più nudo e radicale, veramente povera
condividendo pienamente la vita degli ultimi; sono nel mondo ma non del
mondo.
Eppure,
sento di abitare ancora un tempo sospeso: il Sabato Santo.
È quel
tempo del silenzio assordante, dove il corpo del Signore è nel sepolcro e la
speranza sembra un azzardo. È il tempo dell’attesa, della domanda, della
solitudine che prepara la gloria. Vivo l’attesa nell’Attesa della mia Domenica
di Resurrezione, quel passaggio finale che scioglierà i nodi del passato e mi
farà sentire, finalmente e veramente per sempre, di appartenere a Qualcuno che
non tradisce, non calunnia e non dimentica che tu esisti, nonostante e, forse,
proprio per quella che sei.
Per
questo la mia storia non è finita alla chiusura della porta di quel convento. È
solo passata attraverso il fuoco che purifica, per diventare, finalmente, più
autentica e trasparente, perché io possa accogliere e sostenere, stare accanto
a tutte quelle sorelle e tutti quei fratelli che sono soli e stanno
attraversando la loro “notte oscura”, e diventarne “Voce”. Come mi ripete sempre
una mia cara amica: “Tu vedi e senti quello che altri non immaginano nemmeno!”.
Uno
sguardo nuovo, che sa andare oltre le apparenze: questo è il dono prezioso che
ho ricevuto da tutto quello che ho personalmente vissuto, dal dolore e dalla
sofferenza che mi hanno scalfito dentro, è la Luce folgorante che fuoriesce da
quelle ferite trasformate in Feritoie.
Non
appartengo più a un'istituzione, ad una “famiglia”, ma quel dolore mi ha resa
capace di appartenere, veramente e per sempre, a chiunque cerchi il respiro del
Maestro nel deserto del mondo.
FabianaFrancesca
Ceravolo

