Robotica inclusiva: cosa mi hanno insegnato 8 giorni di coding e sguardi

 di FabianaFrancesca


Ci sono esperienze che non finiscono quando c’è scritto “The End”. Continuano a lavorare dentro di te, a fare domande, a restituire immagini nei momenti più inattesi. Questo progetto è una di quelle.

Otto giorni. Scuola primaria. Fine giugno. Un'aula trasformata in laboratorio, un robot che si chiama Willy, bambine e bambini dai 7 ai 10 anni che d'improvviso smettono di aspettare che qualcuno dica loro cosa fare — e iniziano a fare, a sbagliare, a riprovare, a ridere.

Questo articolo nasce da lì. Non da un manuale di didattica innovativa. Da lì. Dall’esperienza concreta e da sguardi che si incontrano.

Quando il "fuori programma" è il vero programma

Il primo giorno non è andato come previsto. Naturalmente. Cambio di sede improvviso, trasloco del materiale che sarebbe servito… insomma, il dubbio c’era: il PON partirà?

Poi, però, quando il centro di quello che fai sono loro, i tuoi allievi e le tue allieve, ti ricomponi e... ce la metti tutta perché per loro, ma anche per te, sia “una bella avventura”.

C'era un bambino — non lo chiamerò per nome, ma lo ricordo bene: capelli scuri, sguardo vigile, il tipo di silenzio che non è timidezza ma osservazione — che nei primi venti minuti non ha toccato il tablet. Guardava. Guardava gli altri, guardava il robot, guardava me e la mia collega come per chiederci: ma è davvero permesso?

Quei "fuori programma" iniziali — quella resistenza silenziosa, quell'attesa, quel cambiare tutto dell’ultimo minuto — mi hanno ricordato che ogni bambino e ogni bambina, ogni persona, porta in aula e al lavoro una storia. Una storia che non sempre si vede al primo sguardo. E che la vera pedagogia comincia proprio lì: nel rispettare i tempi dell'altro, nell'aspettare senza spingere, nel lasciare che la curiosità si accenda da sola, nel coraggio di mettersi in gioco… nonostante tutto.

Quel bambino, alla fine, programmava Willy con una concentrazione da chirurgo… ed è esplosa una standing ovation che ha toccato il cuore di tutti e tutte.

L'energia di un'aula a fine giugno

Chi insegna conosce quella sensazione. Fine giugno: il caldo, l'estate già nell'aria, i banchi che sembrano troppo piccoli per corpi che fremono di libertà. Di solito è il momento più difficile per tenere alta l'attenzione.

Eppure.

Eppure, quell’aula era viva di un'energia che non ho mai visto in nessuna lezione frontale di ottobre. I bambini arrivavano la mattina e chiedevano subito: "Oggi cosa fa Willy?". Non "cosa facciamo noi". "Cosa fa Willy". Come se il robot fosse diventato uno di loro. Un compagno di avventura, non uno strumento.

Questo mi ha colpita profondamente. Perché rivela qualcosa di essenziale: quando i bambini smettono di essere spettatori e diventano protagonisti, si accende qualcosa che nessun programma può spegnere. Neanche il caldo di giugno.

Due maestre, un solo sguardo

Questo progetto non l'ho fatto da sola. E non sarebbe stato lo stesso senza la mia collega.

C'è una qualità rara nella collaborazione vera: quella in cui non devi spiegare tutto, in cui basta uno sguardo per capirsi. Noi abbiamo lavorato così. Mentre una guidava, l'altra osservava. Mentre una interveniva, l'altra lasciava spazio. Ci siamo coperte le spalle senza mai sovrapporci.

La pedagogia della cura si pratica anche tra adulti. Anche tra colleghe. Anche in quei momenti in cui ci si passa il testimone senza parole, con la fiducia di chi sa che l'altra starà attenta a ciò che tu non hai visto.

Quella sinergia è stata, per me, una delle lezioni più preziose di questi otto giorni.

Willy e i silenziosi

Ne devo parlare. È il cuore di tutto.

In ogni classe c'è qualcuno che non alza mai la mano. Qualcuno che aspetta sempre di essere interrogato per parlare. Qualcuno che nei gruppi tende a sparire, a cedere lo spazio agli altri più esuberanti. La scuola tradizionale spesso li attraversa senza vederli davvero.

Willy li ha visti.

Non metaforicamente. Letteralmente: il robot non ha preferenze. Non risponde meglio a chi è già bravo, non si impressiona davanti a chi parla forte. Risponde al comando che viene scritto. E i bambini più silenziosi — quelli che di solito osservano dal bordo — hanno scoperto che loro sapevano farlo. Che la loro mano poteva guidare Willy esattamente come quella del compagno più estroverso.

Ho visto un bambino che fatica con il linguaggio verbale muovere Willy lungo un percorso con una precisione assoluta. Ho visto lui guardarsi intorno, quasi incredulo, cercando conferma: "L'ho fatto davvero?"

Questo è il senso dell'innovazione inclusiva. Non la tecnologia che stupisce. La tecnologia che include.

Innovazione senza cura è solo freddezza

Me lo sono chiesta tante volte durante questi otto giorni: cosa distingue un laboratorio di robotica che cambia qualcosa da uno che lascia solo un ricordo carino?

La risposta, ogni volta, è stata la stessa: la cura.

Un robot in mano a un educatore distratto è un giocattolo costoso. In mano a qualcuno che guarda i bambini mentre programmano — che nota quando uno è frustrato, quando uno ha bisogno di un suggerimento, quando uno sta per mollare e basta uno sguardo per non farlo mollare — quella stessa tecnologia diventa uno spazio di crescita, di fiducia, di scoperta di sé.

Freire diceva che l'educazione è un atto d'amore. Lo è anche quando il mezzo è un robot bianco che si chiama Willy. Forse soprattutto allora. Perché in quei momenti l'amore non è un sentimento vago: è attenzione precisa, presenza puntuale, il saper aspettare che la luce si accenda, è decisione, è lasciar fare.

"Maestre, ma Willy dov'è?"

L'ultimo giorno, mentre risistemavamo l'aula e i bambini salutavano con quella malinconia felice dei commiati estivi, una di loro — quella che per i primi tre giorni aveva detto pochissime parole — si è avvicinata e ha chiesto, con una serietà disarmante:

"Maestre, ma Willy dov'è?"

Ci siamo guardate. Un secondo sospeso. Poi, è stato un coro: "Sì, maestre, ma Willy dov'è?".

Poi ho capito. Abbiamo capito. Non stava chiedendo dove fosse l'oggetto-robot. Stava chiedendo qualcosa di più grande: "Tutto questo bello che abbiamo vissuto insieme — dove va a finire? Esiste ancora, da qualche parte, il Pianeta dei Sorrisi?"

Willy siamo noi

Quella domanda mi ha accompagnata per giorni. E a poco a poco ha trovato la sua risposta.

Willy non è il robot. Willy è il protagonista del Pianeta dei Sorrisi che abbiamo costruito insieme in quelle aule: la cooperazione, la gioia di sbagliare e riprovare, la bellezza della diversità che diventa risorsa, il piacere di fare qualcosa che non sapevi di saper fare.

Ebbene sì… Willy siamo noi. Tutte e tutti noi — educatrici, educatori, bambine, bambini — che portiamo quella gioia, quella collaborazione, quella cura lì dove siamo piantati.

Perché l'educazione non è un evento straordinario che accade in laboratori speciali. È l'ordinario trasfigurato dalla presenza attenta di qualcuno che ci crede. È ogni mattina in cui entriamo in aula con la convinzione — anche quando siamo stanchi, anche quando è fine giugno, fa caldo e le temperature mettono a dura prova le energie — che quello che accade lì dentro conta, ha valore. Che ogni bambino e ogni bambina che si sente visto e vista porterà quella luce con sé per sempre.

Willy abita già in noi. Dobbiamo solo ricordarcelo quando il mondo ci chiede di spegnerci. Non dobbiamo avere paura di brillare.

"Non è possibile fare una riflessione su ciò che è l'educazione senza riflettere sull'uomo stesso."Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi

Questo articolo fa parte delle sezioni Diario di Bordo e Risorse e Strumenti del blog — racconti dall'aula, dove la teoria incontra la vita reale.

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