C'è un momento che solo chi insegna conosce.

 di FabianaFrancesca Ceravolo

Immagine generata e modificata con IA.

È quello di pochi secondi prima che i bambini entrino in aula. La porta è ancora chiusa. Il silenzio è ancora intero. Stai lì, in piedi o seduta, con la lezione preparata nella testa e il registro sul banco, e per un istante il tempo si sospende.

In quel momento puoi fare due cose.

Puoi restare nella tua testa: ripassare mentalmente i passaggi del programma, verificare di aver portato il materiale giusto, risistemare per la terza volta i fogli sul tavolo. Puoi costruirci, in quei pochi secondi, un piccolo bastione di certezze contro l'imprevedibile che sta per arrivare.

Oppure puoi fare qualcosa di più difficile e più bello: puoi aprire.

Aprire lo sguardo, aprire l'ascolto, aprire qualcosa dentro che non ha nome preciso ma che i bambini e le bambine riconoscono immediatamente, appena varcano la soglia. Quella cosa si chiama presenza. Non presenza fisica — quella ce l'hanno tutti, quando entrano in un'aula. Quella presenza diversa, più profonda: la presenza come postura interiore. Come scelta di essere davvero lì… non solo con il corpo, nella tua interezza.

Ecco di cosa voglio parlare oggi.

Capisco la tentazione. La capisco davvero, perché l'ho sentita anch'io molte volte.

L'aula è un luogo complesso. Non nel senso organizzativo della parola — nel senso umano. È un posto in cui ogni giorno entrano venti, venticinque storie diverse, ciascuna con i suoi silenzi e le sue urgenze, le sue paure e le sue aspettative. È un posto in cui l'imprevisto non è l'eccezione: è la regola.

E l'imprevisto fa paura.

Fa paura la domanda a cui non sai rispondere. Fa paura il bambino che piange senza motivo apparente. Fa paura la dinamica di gruppo che esplode quando meno te lo aspetti. Fa paura il silenzio di chi dovrebbe parlare e non parla — e tu non capisci perché.

Davanti a quella paura, i manuali e i protocolli sembrano un rifugio sicuro. Danno struttura. Danno legittimità. Danno la rassicurante sensazione di fare le cose nel modo giusto e di… non “perdere tempo”.

E in parte è vero: i manuali sono bussole preziose. Non sto dicendo di buttarli. Sto dicendo altro.

Sto dicendo che c'è una differenza tra usare uno strumento e nascondersi dietro di esso. Tra applicare un protocollo con intelligenza e rifugiarsi in esso per non dover abitare la complessità della relazione. Tra seguire una procedura e usare quella procedura come schermo tra te e il ragazzo che hai davanti.

Quando l'educatore, il docente si nasconde — anche inconsapevolmente — la relazione si raffredda. Non smette di esistere: smette di nutrire e generare.

Francesco d'Assisi aveva un modo di stare con le persone che non somigliava a nessun protocollo. Si fermava. Si abbassava. Guardava. Toccava quello che gli altri preferivano non toccare.

Non aveva un manuale. Aveva una presenza.

Quella presenza non era ingenuità. Era una scelta radicale: la scelta di mettere l'incontro prima della propria sicurezza. Di lasciare che la realtà dell'altro atterrasse davvero su di lui, invece di tenerla a distanza di sicurezza.

Stare in aula, nel senso pieno della parola, significa qualcosa di simile.

Significa entrare ogni mattina con la lezione pronta — e con la disponibilità a non seguirla se qualcosa di più urgente bussa alla porta. Significa saper leggere uno sguardo e capire che quel bambino oggi non è dove lo lasciasti ieri. Significa accorgersi di chi tace, non solo di chi parla.

Significa, a volte, fermarsi a metà di una spiegazione perché hai visto qualcosa che non puoi ignorare.

Significa che la relazione educativa non è un mezzo per trasmettere contenuti. È il contenuto. È già, in sé, un atto di cura.

Un giorno stavo attraversando il cortile per chiamare i ragazzi a rientrare. Avevamo una lezione da fare, un incontro di filosofia e valori umani. Il programma era pronto. Il tempo era contato.

E poi l'ho visto.

C., sdraiato sull'erba, solo. Gli occhi al cielo. Sul viso una tristezza che non stava cercando di nascondere — o forse stava cercando di nasconderla proprio così: mettendosi in un posto dove nessuno avrebbe dovuto vederla.

Mi sono fermata.

Gli ho chiesto se andava tutto bene. Mi ha risposto senza guardarmi: “Suor Francesca, non perdere tempo con me. Vai pure.”

Ho sentito qualcosa in quelle parole. La stessa cosa che impari a riconoscere, col tempo: quando un "vai" non vuol dire vai. Quando un "non ho bisogno" è il modo più disperato di dire “rimani.”

Così non sono andata. Mi sono sdraiata accanto a lui, sull'erba, e ho guardato anch'io il cielo.

Non ho detto niente. Non ho fatto domande. Non ho tirato fuori il mio ruolo di educatrice per gestire la situazione. Ho solo fatto quella cosa semplice e difficilissima: sono rimasta.

Lui ha aspettato un po', poi ha detto: “Non ti aspettare che ti parlo. Non ho voglia.”

Gli ho risposto: “Non ti preoccupare. È tanto bello stare qui. Guarda che bello il cielo.”

Un silenzio. Poi una risata — corta, quasi involontaria. E con quel tono un po' provocatorio che usano i ragazzi quando vogliono testare se stai davvero: “Sì, tanto poi alla fine lo so che aspetti chissà quanto purché io mi apra con te.”

Ho sorriso. Non ho negato.

Ha detto: “Dai, lasciami stare. Vai, hai altro da fare.”

Stavo per rispondergli quando ho visto qualcosa. Una macchia scura sulla sua spalla. Nera, irregolare. La conosci, quella macchia. Non hai bisogno di essere una dottoressa per capire cos'è.

Gli ho chiesto sottovoce cosa fosse successo.

E allora è arrivato. Non piano, non con le parole giuste — è arrivato con tutta la rabbia che aveva dentro: “Voi adulti. Alla fine, vi comportate sempre come se avete la verità in tasca. È entrata la polizia in casa cercando mio fratello. Mio fratello non c'era. E mi hanno picchiato con la cinta finché non gli ho detto dove stava.”

Mi sono fermata — dentro, questa volta.

Non perché non sapessi cosa fare. Ma perché sapevo che quello non era un momento da gestire. Era un momento da abitare.

C. non aveva bisogno di protocolli. Aveva bisogno di qualcuno che restasse. Che non scappasse davanti a quella storia. Che reggesse il peso di quello che aveva detto senza rimpicciolirlo in una procedura.

L'aula, quel giorno, era quel rettangolo d'erba sotto un cielo qualunque. La lezione di filosofia e valori umani stava succedendo lì, sdraiata sul prato, in quello spazio tra il suo dolore e la mia presenza.

Non c'era nel programma. Non c'era nel registro. Non sarebbe comparsa in nessuna rubrica di valutazione.

Eppure, è stata, forse, la cosa più importante di tutta quella mattina.

Quella storia me l'ha confermato: la cura non ha un indirizzo fisso. Non abita solo nelle aule, nelle cattedre, nelle ore segnate sul calendario. Abita nei cortili, nei corridoi, negli spazi tra una cosa e l'altra — in tutti i luoghi in cui un essere umano sceglie di fermarsi invece di passare oltre.

E il coraggio di fermarsi non si impara sui libri. Si impara riconoscendo, ogni volta, il momento in cui un “vai” nasconde un “resta.”

C'è una parola che la nostra cultura pedagogica fatica ancora ad amare: vulnerabilità.

Siamo formati a essere competenti, preparati, sicuri. A gestire l'aula, non a lasciarci sorprendere da essa. Eppure, l'educatore che non si lascia mai sorprendere non sta davvero incontrando nessuno: sta solo eseguendo.

Freire lo sapeva. Lo scriveva con quella radicalità mite che lo contraddistingueva: l'educazione autentica richiede rischio. Non il rischio dell'impreparazione, ma il rischio dell'incontro vero. Il rischio di essere cambiati da quello che incontriamo.

Abitare la relazione educativa significa accettare che ogni giorno entri in aula con una mappa — e che i bambini, ogni giorno, la riscrivano un poco. Che tu esca da quella stanza diversa da come sei entrata. Non stanca, o non solo stanca: diversa. Più ricca di domande. Più piena di umanità.

Questo è il coraggio che l'educazione richiede: non il coraggio di chi sa tutto, ma il coraggio di chi sa stare nell'incertezza senza fuggire da essa.

Ho imparato alcune delle cose più importanti sulla pedagogia non nei convegni o sulle riviste scientifiche.

Le ho imparate nei segreti della quotidianità — quei momenti minuscoli che sembrano non contare nulla e invece contano tutto.

  • Il bambino che mentre si siede ti guarda di sfuggita per capire se c'è ancora spazio per lui.

  • La ragazza che aspetta che tutti siano usciti per dirti, in un secondo solo, quello che non riusciva a dire davanti agli altri.

  • Il momento in cui una classe intera decide — senza parole, per una specie di accordo tacito — di fidarsi di te. E tu non l'hai visto succedere, lo senti solo nell'aria cambiata.

Questi momenti non finiscono nelle programmazioni. Non compaiono nei registri. Non sono misurabili con nessuna rubrica valutativa.

Eppure, sono il cuore del lavoro educativo.

Sono il luogo in cui l'istruzione diventa formazione. In cui il trasmettere contenuti diventa liberazione reciproca. In cui l'insegnante smette di essere una figura davanti alla classe e diventa una presenza dentro la classe.

Don Milani scriveva “I care” alla lavagna di Barbiana. Due parole. Un programma pedagogico intero.

Non I teach. Non I evaluate. Non I manage.

I care. Mi importa. Sono qui. Ti vedo.

Quella non era una tecnica. Era una postura. Un orientamento del cuore prima ancora che della mente. Una scelta rinnovata ogni mattina, anche quando era difficile, anche quando i ragazzi erano stanchi o ribelli o chiusi.

La postura di chi sta — davvero.

Non ogni giornata lo permette. Ci sono giorni in cui il sistema ti schiaccia, le scadenze burocratiche si accumulano, la stanchezza è reale e il tempo non basta mai. Non sto chiedendo di essere eroi.

Sto chiedendo qualcosa di più piccolo e più radicale: di ricordarsi, almeno una volta ogni giorno, perché siamo entrati in quella stanza. Non per coprire il programma. Non per compilare il registro. Ma per incontrare qualcuno.

E di lasciare che quell'incontro valga qualcosa.

C'è un'ultima cosa che voglio dire, e la dico con la chiarezza che il tema merita.

L'educazione non è mai neutra.

Ogni scelta che fai in aula — dove ti posizioni, a chi dai la parola, quale domanda lasci cadere e quale raccogli, come rispondi a chi non segue e come rispondi a chi segue troppo bene — è già una scelta di valore. È già un atto politico, nel senso più alto e più umano della parola.

Quando scegli di stare davvero — di guardare, di accogliere, di aspettare, di tornare su chi era rimasto indietro — stai scegliendo da che parte stare. Stai scegliendo la cura contro l'indifferenza. L'incontro contro la gestione. La liberazione contro la riproduzione dello status quo.

Questo è ciò che intendo quando parlo di pedagogia della cura. Non una pedagogia morbida o sentimentale. Una pedagogia esigente — con te stessa prima di tutto.

Che chiede ogni giorno: Sono davvero presente? Sto vedendo chi ho davanti? Sto dando a questa relazione il peso che merita?

Questo pezzo non ha una conclusione nel senso classico del termine. Ha una domanda.

Come stai, quando entri in aula?

Non fisicamente. Come stai dentro? Sei presente o sei altrove? Sei aperta all'imprevisto o ti stai proteggendo da esso? C'è qualcosa che ti impedisce di stare davvero — un'abitudine, una stanchezza, un sistema che ti chiede troppo nella direzione sbagliata?

Non lo chiedo per giudicare. Lo chiedo perché è la domanda che mi faccio anch'io, ogni mattina, prima che la porta si apra.

E perché credo che il solo fatto di porsela — in silenzio, senza aspettarsi la risposta perfetta — sia già un atto di cura verso chi sta per entrare.

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