di FabianaFrancesca Ceravolo
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Le tre frasi che conosci
Le hai sentite. Magari più di una volta. Magari in luoghi dove non ti aspettavi di sentirle.
Nei corridoi di una parrocchia. Nell'assemblea di un movimento. Nel consiglio pastorale di una diocesi. O — e questo fa ancora più male — nel posto di lavoro, detto da qualcuno che la domenica va a Messa e il lunedì ti schiaccia.
«Si è sempre fatto così.»
«Qui comando io.»
«Questa è la volontà di Dio. Dove è la tua fede?»
Tre frasi. Tre trappole. Tre modi diversi per tenere le persone al loro posto — fuori dal cerchio, fuori dalla parola, fuori dalla possibilità di essere sé stesse.
Non le dicono i grandi potenti. Non le dicono le figure istituzionali di cui tanto si parla. Le dicono, spesso, i laici. La responsabile del gruppo giovani. Il coordinatore del coro. La referente della Caritas. Colui che "segue" l'oratorio da trent'anni. Colei che gestisce le chiavi — non solo quelle della sacrestia.
Persone a cui è stato affidato un compito di servizio e che, passo dopo passo, quel compito lo hanno trasformato in un trono.
Prima frase: «Si è sempre fatto così»
Ovvero: la rigidità come esercizio di potere
Sembra prudenza. Sembra rispetto della tradizione. Sembra saggezza accumulata nel tempo.
Non lo è.
«Si è sempre fatto così» è la risposta di chi non vuole che le coisas cambino perché il cambiamento sposta gli equilibri — e quegli equilibri stanno comodi, soprattutto a chi si trova in cima. È la frase con cui si taglia corto davanti a un'idea nuova, si ferma una proposta, si silenzia una voce che ha avuto il coraggio di dire: «E se provassimo diversamente?»
È la frase con cui si uccide la Rúah (lo Spirito), mentre si pronuncia il nome di Dio.
Gesù di Nazareth aveva una relazione complicata con il «si è sempre fatto così». Lo sfidava continuamente. Guariva di sabato, toccava i lebbrosi, parlava con le donne in pubblico, mangiava con i peccatori. Ogni volta che qualcuno gli opponeva la tradizione, lui rispondeva con qualcosa di più grande: la persona concreta, con la sua carne e la sua storia, valeva più di qualsiasi norma ereditata.
«Il sabato è fatto per l'uomo, non l'uomo per il sabato.» (Mc 2,27)
Non stava abolendo la tradizione. Stava rimettendola al suo posto: al servizio della vita, non della propria conservazione.
Papa Francesco lo ha detto con parole che bruciano ancora: "La tradizione non è la custodia delle ceneri, ma la salvaguardia del fuoco"; ossia, la tradizione è "la radice che nutre", non "il fardello che immobilizza." E ha coniato un termine per chi usa la tradizione come arma: il «pelagianesimo travestito da fedeltà». La fedeltà che in realtà è paura. Paura di perdere il controllo. Paura del nuovo. Paura, soprattutto, di dover rendere conto.
La domanda pedagogica da porre a chi dice «si è sempre fatto così» è una sola:
«E ha funzionato? Ha generato vita? Ha fatto crescere le persone? O ha semplicemente garantito che tutto rimanesse uguale a sé stesso — e quindi sotto controllo?»
Seconda frase: «Qui comando io»
Ovvero: il potere come possesso
Questa è la più onesta delle tre. Almeno non si nasconde.
«Qui comando io» è la mappa del territorio. È il recinto che viene tracciato attorno a uno spazio — fisico, decisionale, relazionale — e che viene difeso con unghie e denti contro chiunque osi mettere in discussione l'ordine costituito.
Chi la dice ha ricevuto, a un certo punto, un ruolo. Un mandato. Una delega. E invece di viverla come un servizio temporaneo alla comunità, l'ha vissuta come un diritto permanente su di essa. Ha iniziato a confondere il ruolo con la persona. Ha iniziato a pensare che servire la comunità e essere la comunità fossero la stessa cosa.
Non lo sono.
Francesco d'Assisi lo capì con una chiarezza che ancora oggi disorienta. Quando fondò il suo ordine, rifiutò di chiamarsi superiore, abate, priore — tutti titoli che nella cultura medievale indicavano il maior, il più grande, colui che sta sopra. Scelse invece Minister — il servitore. E per i suoi frati scelse il nome che più di ogni altro rovesciava la logica del potere: Frati Minori. I fratelli più piccoli.
Non era retorica. Era una visione radicale del mondo: per custodire la fraternità e la sororità, bisogna rinunciare strutturalmente alla possibilità di essere maggiori. Bisogna mettere un freno istituzionale all'istinto di dominare.
Perché quell'istinto c'è. In tutti noi. Non è un difetto dei cattivi: è una tentazione dell'umano. Francesco lo sapeva e costruì una forma di vita che rendesse quella tentazione più difficile da seguire.
Il clericalismo — quella patologia per cui chi ha un ruolo lo trasforma in privilegio e in controllo — non è un peccato esclusivo del clero. Papa Francesco lo ha ripetuto con insistenza che a volte ha sorpreso: «Il clericalismo è una perversione che il presbitero alimenta, ma anche il laico che chiede di essere clericale.» (Lettera al Popolo di Dio, 2018)
Il laico che dice «qui comando io» è un chierico mancato. Non nel senso del dono ricevuto — nel senso della patologia adottata.
La domanda da porre a chi dice «qui comando io» è questa:
«Per chi? Al servizio di chi? E se ti togliessero questo ruolo domani, chi saresti? Chi saresti senza questa chiave in mano?»
Terza frase: «Questa è la volontà di Dio. Dove è la tua fede?»
Ovvero: l'abuso di coscienza — il più grave
Questa è la più pericolosa. La più oscura. Quella che fa più danno.
Perché usa Dio.
Usa il nome più grande, più carico di significato che l'essere umano abbia mai pronunciato — e lo piega al servizio del proprio controllo. Lo trasforma in un argomento. In un'arma. In uno strumento per zittire chi dubita, chi si interroga, chi osa dire: «Non mi convince. Fammi pensare.»
«Questa è la volontà di Dio», detto da un essere umano che pretende di interpretarla per te, senza mediazione, senza discernimento condiviso, senza rispetto per la tua coscienza — è un abuso. Punto.
Non è pietà. Non è guida spirituale. È manipolazione. E come ogni manipolazione, lascia segni profondi: nel dubbio su sé stessi, nella paura di pensare, nella vergogna di non essere abbastanza fedeli perché osi fare domande.
Il Gesù dei Vangeli non ha mai funzionato così. Non ha mai usato Dio per zittire qualcuno. Al contrario: ha continuamente spostato l'attenzione sull'interiorità della persona, sulla sua coscienza, sulla sua libertà di risposta. «Che ne pensi tu?» — «Chi dici che io sia?» — «Cosa vuoi che io faccia per te?» — «Va’ e non peccare più.»
Gesù non manipolava. Liberava.
Papa Francesco lo ha detto con parole nette nella Evangelii Gaudium: «La Chiesa non è una dogana.» Non è un luogo in cui si controlla se le persone portano i documenti giusti, se pensano nel modo corretto, se obbediscono al capo giusto. È una comunità in cammino, in cui ciascuno porta la propria ricerca, il proprio dubbio, la propria fede fragile e reale.
L'obbedienza cristiana — quella autentica — non è mai stata cancellazione della coscienza. I grandi santi, i grandi mistici, i grandi profeti della storia della Chiesa sono stati persone di obbedienza e di coscienza critica. Hanno obbedito a Dio — non a chi si autoproclamava interprete esclusivo di Dio.
La domanda da porre a chi usa il nome di Dio per controllare è la più semplice e la più radicale:
«Come fai a essere sicuro/a che sia la volontà di Dio e non la tua?»
La rivoluzione silenziosa dei minori
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C'è una risposta a tutto questo. Non è una risposta gridata. Non è una risposta violenta o reattiva.
Si chiama: scegliere di essere minori.
Non nel senso della passività — non si tratta di subire in silenzio o di sparire per non dare fastidio. Si tratta di qualcosa di più attivo e più difficile: rinunciare strutturalmente alla logica del dominio anche quando si ha potere. Anche quando si ha ragione. Anche quando sarebbe facile schiacciare chi è più debole.
Il minor di Francesco non è il perdente. È chi ha capito qualcosa che il maior non ha ancora capito: che il potere esercitato come dominio distrugge la comunità — e alla fine distrugge anche sé stesso.
Questo è ciò che il Vangelo chiama kénosi: lo svuotamento. Paolo lo descrive nel testo più vertiginoso del Nuovo Testamento: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù: pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò sé stesso, assumendo la condizione di servo.» (Fil 2,5-7)
Non è una metafora devozionale. È un programma pedagogico. Un modello di esercizio del potere — o meglio, di rinuncia al potere come possesso — che rovescia ogni logica mondana.
Le comunità che funzionano, che generano vita, che resistono al tempo e alle crisi, non sono quelle in cui c'è un padrone del “sacro”. Sono quelle in cui ciascuno porta il suo dono senza pretendere di essere il dono unico. In cui le decisioni si prendono insieme, con rispetto, con ascolto, con la disponibilità a essere sorpresi dall'altro, nel rispetto dei diritti di tutte e tutti. In cui chi ha più esperienza la mette a servizio — senza usarla come arma.
Un appello: tornare a casa
Se stai leggendo questo articolo e riconosci qualcuna di quelle frasi — se le hai sentite, se ti hanno fatto del male, se ti hanno fatto sentire fuori posto in un luogo che avrebbe dovuto accoglierti — voglio dirti una cosa sola:
Il problema non sei tu.
Il problema è una distorsione del potere che ha radici antiche e che si insinua ovunque ci siano esseri umani — anche, e forse soprattutto, nei luoghi che si dichiarano sacri.
E voglio dirti anche questo: esistono comunità diverse. Esistono persone che esercitano ruoli di servizio con umiltà reale. Esistono parrocchie, movimenti, gruppi in cui la fraternità e la sororità non sono slogan ma pratiche quotidiane. Esistono laici e laiche che guidano senza possedere, coordinano senza dominare, custodiscono senza escludere.
Sono silenziosi, spesso. Non fanno rumore. Non occupano il centro della scena. Ma sono lì — come il lievito nella pasta, come il sale nella minestra — e lavorano ogni giorno per tenere aperta la porta che altri vorrebbero chiudere.
Se sei tu una di queste persone: grazie. Il tuo stile di vita è già un atto profetico.
Se invece riconosci in te qualcuno di questi meccanismi — se c'è una parte di te che controlla, che esclude, che usa Dio o la tradizione o il proprio ruolo per tenere gli altri al loro posto — non è un giudizio su di te. È un invito.
Un invito a tornare a casa. Alla casa del Vangelo, in cui il più grande è quello che serve tutti. Alla casa di Francesco, in cui il più importante è quello che sceglie di essere il più piccolo. Alla casa di Papa Francesco, che lava i piedi ai carcerati il Giovedì Santo — non perché sia un gesto simbolico, ma perché vuole mostrare con il corpo la direzione dell'esistenza cristiana.
«Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà il servo di tutti.»
— Gesù di Nazareth (Mc 10,43-44)
«Voglio che i miei frati siano minori e soggetti a tutti.»
— Francesco d'Assisi, Testamento
«Il clericalismo, lungi dall'impulso alla santità e all'evangelizzazione, schiavizza le sante persone fedeli di Dio.»
— Papa Francesco, Lettera al Popolo di Dio, agosto 2018
Testo condivisibile e riproducibile, integralmente o in estratti, secondo lo spirito della cultura aperta. Si fa obbligo di citare l'autrice e la fonte originaria, avendo cura di rispettare il contesto argomentativo complessivo dell'articolo.
📚 Questo articolo fa parte della sezione Pedagogia della Cura del blog.
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