Da Freire a Francesco: le radici di una pedagogia viva
di FabianaFrancesca Ceravolo

Esistono pensieri che non invecchiano. Non perché siano eterni nel senso astratto della parola — ma perché continuano a generare vita, a fare domande, a disturbare le nostre abitudini comode ogni volta che li rileggiamo.
Paulo Freire è uno di quei pensieri. Papa Francesco è uno di quegli sguardi.
Apparentemente lontani: uno pedagogista brasiliano, figlio del Nordeste, cresciuto tra i poveri e con i poveri; l'altro vescovo di Roma, gesuita argentino, voce di una Chiesa che vuole uscire da sé stessa. Eppure, più li avvicino, più mi accorgo che parlano la stessa lingua. Non la lingua delle istituzioni — la lingua della vita, la lingua dell’umano.
Questo articolo è un tentativo di ascoltarli insieme.
Il deposito che svuota
Freire aveva un'immagine che non ho mai dimenticato. La chiamava educação bancária — l'educazione bancaria. L'educatore deposita, lo studente riceve. Il sapere è una merce. L'apprendimento è un accumulo.
C'è qualcosa di brutale e di anaffettivo in questa immagine. Non perché sia esagerata, ma perché è precisa. Riconosci quel modello ovunque: nelle interrogazioni come performance, nella valutazione come giudizio sul valore della persona, nella scuola che premia chi sa ripetere e penalizza chi sa fare domande.
Freire diceva che quel modello non è neutro. È politico. Serve a mantenere le cose come stanno. Chi non sa leggere il mondo non può cambiarlo. Chi impara a obbedire non impara a scegliere. L'educazione bancaria non è un errore metodologico: è una scelta ideologica.
La risposta che lui proponeva era radicale nella sua semplicità: il dialogo. Non come tecnica didattica. Come atto ontologico. Come riconoscimento che l'altro — ogni altro — ha qualcosa da dire che io non so ancora. Che l'educazione vera non può che essere con, mai su.
La parola che libera
C'è un concept che Freire ha consegnato al mondo e che risuona in modo quasi evangelico: la palavra geradora — la parola generatrice.
Non tutte le parole sono uguali. Ci sono parole che descrivono il mondo e parole che lo trasformano. Ci sono parole che confermano ciò che già sai e parole che aprono finestre su ciò che non avevi ancora visto. L'educazione, per Freire, è aiutare qualcuno a trovare la sua parola generatrice — quella parola che nomina la propria esperienza, che la rende visibile, che la mette in relazione con il mondo.
"Nessuno può dire la parola vera da solo."
Quella frase mi accompagna da anni. Perché non è solo una pedagogia. È una teologia. È la stessa intuizione del Maestro di Nazareth che non dava risposte preconfezionate, ma faceva domande che scuotevano. Che chiedeva "tu chi dici che io sia?" non perché non sapesse, ma perché la risposta doveva nascere dall'interno.
L'ecologia integrale: quando tutto è connesso
Poi è arrivata la Laudato Si'. E con lei, un cambio di sguardo che ha sorpreso molti — ma non avrebbe sorpreso Freire.
Papa Francesco scrive che "tutto è connesso". La crisi ecologica e la crisi sociale hanno la stessa radice: una cultura che usa invece di custodire, che consuma invece di coltivare, che separa invece di tessere relazioni. Il grido della Terra e il grido dei poveri sono lo certo grido.
Questa intuizione non è solo ambientale. È profondamente pedagogica.
Se tutto è connesso, allora l'educazione non può essere a compartimenti stagni. Non puoi insegnare il rispetto per l'ambiente a bambini che non si sentono rispettati. Non puoi parlare di fraternità e sororità universale in un'aula dove qualcuno viene escluso. Non puoi invocare la custodia del creato e poi trattare i corpi e le storie degli studenti come ostacoli al programma.
La Laudato Si' chiede all'educazione di essere essa stessa integrale: capace di tenere insieme la mente e il corpo, il sapere e la vita, la persona e il contesto, l'oggi e il domani, il materiale e lo spirituale.
La cultura della cura come risposta
Nella Laudato Si' e poi nella Fratelli Tutti, Papa Francesco usa un'espressione che ha la stessa densità delle parole generatrici di Freire: cultura della cura vs cultura dello scarto.
Non è un programma. Non è una metodologia. È uno stile di vita — e di educazione.
La cura non è sentimentalismo. È attenzione precisa all'altro nella sua concretezza: questo bambino, questa storia, questo bisogno, questo momento, questo senso di smarrimento. La cura non aspetta le grandi occasioni: si esercita nella quotidianità più ordinaria, nella qualità della presenza, nello sguardo che non si distrae, non giudica e non condanna.
Freire diceva che senza amore non c'è educazione. Francesco dice che senza cura non c'è futuro. Stanno dicendo la stessa cosa con parole diverse, nate da esperienze diverse, in periodi storici diversi.
Quella cosa si chiama: prendere sul serio l'altro.
Risvegliarsi, non riempirsi
C'è una metafora che uso spesso quando parlo con colleghe e colleghi: l'educazione non è un imbuto. È una finestra.
L'imbuto riversa dentro. La finestra apre verso fuori. L'imbuto ha un'unica direzione. La finestra invita a guardare oltre, a scegliere, a meravigliarsi.
Freire e Francesco, ognuno a modo suo, ci restituiscono questa immagine. Non si tratta di riempire le persone di contenuti — si tratta di risvegliarle alla propria capacità di pensare, di scegliere, di agire, di amare, di divenire. Di aiutarle a diventare, come direbbe Freire, esseri di scelta e non solo esseri condizionati, e mai determinati.
Questo è il senso profondo della scuola inclusiva che cerco di praticare ogni giorno. Non quella che abbassa le aspettative per non escludere nessuno — ma quella che tiene le aspettative alte per ciascuno, perché crede che ciascuno abbia una parola generatrice da trovare e da offrire. Un talento da scoprire. Una voce che il mondo aspetta di sentire.
Il pedagogo come testimone
Freire scriveva che il primo atto pedagogico dell'educatore è la testimonianza. Non la coerenza performativa — quella che si esibisce. La coerenza vissuta: quella tra ciò che dici e ciò che sei, tra i valori che proclami e le scelte che fai ogni giorno, dentro e fuori dall'aula.
Papa Francesco lo dice con parole diverse ma identica sostanza: "La realtà è superiore all'idea." Non basta avere il principio giusto. Bisogna incarnarlo. Bisogna che il tuo corpo, il tuo tempo, la tua attenzione vadano nella stessa direzione delle tue parole.
Per un educatore, questo è insieme la cosa più esigente e la più liberante. Esigente perché non permette di nascondersi dietro i programmi, i voti, le procedure. Liberante perché toglie la pressione di essere perfetti — e restituisce la libertà di essere autentici e…perfettibili.
I bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze che incontriamo in aula non ci chiedono di essere infallibili. Ci chiedono di essere veri. Di credere davvero in quello che facciamo. Di stare lì con tutto noi stessi, non con la parte professionalmente corretta di noi stessi.
Una pedagogia che sa sperare
Freire ha intitolato un libro Pedagogia della speranza. Non è una speranza ottimista — quella che pensa che le cose andranno bene da sole. È una speranza che agisce. Che si sporca le mani. Che non si rassegna davanti all'ingiustizia, alla superficialità, all'indifferenza.
Papa Francesco parla di profezia. La profezia non è prevedere il futuro — è saper leggere il presente con occhi abbastanza lucidi da vedere ciò che di solito preferiamo non vedere. E avere il coraggio di dirlo, anche quando è scomodo.
Una pedagogia viva — quella che nasce dall'incontro tra queste due tradizioni — è una pedagogia profetica. Non si accontenta della scuola che c'è: immagina e costruisce la scuola che potrebbe essere. Non si rassegna ai margini: porta i margini al centro, le periferie al centro. Non insegna solo a leggere le parole: insegna a leggere il mondo.
Questa è la pedagogia che voglio praticare. Quella che mi hanno insegnato Freire e Francesco — ciascuno a modo suo, insieme senza saperlo.
Radici che diventano ali
Ho cominciato questo articolo dicendo che esistono pensieri che non invecchiano. Adesso posso dire perché.
Freire e Francesco non invecchiano perché non parlano al passato. Parlano a ogni educatrice che entra in aula domani mattina chiedendosi se vale ancora la pena. Parlano a ogni docente che sente la stanchezza del sistema e non vuole che quella stanchezza vinca. Parlano a ogni persona in cammino che intuisce — anche senza saperlo dire — che educare è un atto spirituale prima ancora che professionale.
Le radici non trattengono. Le radici nutrono.
Sono lì per darci la forza di alzarci ogni mattina, di tornare in quell'aula, di credere ancora — nonostante tutto — che quello che accade tra noi conta. Che ogni sguardo visto cambia qualcosa. Che ogni parola generatrice trovata è un piccolo gesto di cura verso il mondo.
"L'educazione non cambia il mondo. Cambia le persone che cambieranno il mondo." — Paulo Freire
"Prendersi cura del mondo che ci circonda e alimentare la nostra capacità di meraviglia e di contemplazione." — Papa Francesco, Laudato Si', 214
Questo articolo fa parte della sezione Pedagogia della Cura del blog.

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