Insegnare non è riempire vasi: perché la scuola ha bisogno di tornare a sognare

  di FabianaFrancesca Ceravolo


C'è un momento, nella vita di ogni insegnante, in cui ci si chiede: sto ancora educando, o sto solo trasmettendo contenuti a persone distratte? La domanda non nasce da un calo di motivazione personale, ma da qualcosa di più profondo: una scuola che, pur dichiarandosi umanista e inclusiva, spesso riproduce competizione, individualismo, frammentazione. Eppure, proprio da questa crisi può nascere un cambio di rotta. Non servono nuove tecniche. Serve ripensare la relazione che sta al cuore di ogni atto educativo.

Basta vasi da riempire

Paulo Freire lo diceva con una chiarezza che non ha perso un grammo di forza: l'educazione "depositaria" tratta l'allievo come un vaso vuoto da riempire di nozioni, mentre l'educatore resta l'unico detentore della verità. È un modello verticale, comodo, ma sterile. Freire propone invece un'educazione dialogica, circolare, dove insegnante e allievo si trasformano a vicenda: «L'educatore non è più colui che educa, ma colui che, mentre educa, è educato nel dialogo con l'educando, il quale a sua volta, mentre è educato, anche educa». È una frase da rileggere lentamente, perché ribalta un'intera gerarchia: nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo; ci si educa insieme, nella comunione, attraverso la mediazione del mondo. La classe non è più un contenitore da riempire, ma uno spazio dove due o più storie si intrecciano e si arricchiscono a vicenda.

La sostenibilità non riguarda solo l'ambiente

Quando parliamo di sostenibilità, pensiamo quasi automaticamente a riciclo e clima. Moacir Gadotti ci invita ad allargare lo sguardo: la sostenibilità è un tema generativo, capace di "rieducare i nostri occhi e i nostri sensi" e riaccendere la speranza di un futuro dignitoso per tutti e per tutte. In questa prospettiva la sostenibilità diventa un paradigma esistenziale: riguarda il modo in cui ci relazioniamo con noi stessi, con gli altri, con la natura e con il trascendente. L'ecopedagogia nasce proprio qui, da questa consapevolezza: non esiste apprendimento davvero significativo se resta separato dalla vita, dal corpo, dalla terra che abitiamo. Insegnare a leggere e scrivere senza insegnare a stare in relazione con il mondo è un'educazione a metà.

Quando la vocazione diventa un impiego mal pagato

C'è un dato che pesa più di ogni statistica: molti insegnanti sono passati, nel giro di poche generazioni, da classe docente professionale a classe impiegatizia mal retribuita. Questo scivolamento ha svuotato di senso una missione che richiede invece passione, studio, presenza. Un ambiente di lavoro senza stimoli spegne la motivazione, e la demotivazione si trasmette, quasi per osmosi, agli studenti: meno entusiasmo negli occhi di chi insegna significa meno curiosità negli occhi di chi impara.

La risposta non è un manuale di tecniche didattiche in più. È il recupero della capacità di sognare. Gadotti scrive che «se il sogno potesse esser sognato da molti, finirebbe di essere un sogno e diventerebbe reality». E Papa Francesco, con parole che meritano di entrare nel vocabolario quotidiano di ogni scuola, esorta: «Non lasciamoci rubare la speranza!». Un insegnante senza sogni, senza progetti, diventa un rischio per sé e per chi gli sta intorno: non ha più nulla da costruire. Restituire dignità sociale e culturale alla professione docente non è un lusso da rimandare: è la condizione perché l'educazione torni a essere un atto vivo.

Spirito, anima, corpo: una persona non si spezzetta

L'educazione tradizionale ha spesso guardato alla persona a settori: da una parte il corpo, dall'altra l'intelletto, altrove — se proprio serve — le emozioni. Il nuovo paradigma educativo chiede invece una visione tridimensionale dell'essere umano: spirito, anima e corpo, integrati, in relazione costante con la totalità della vita. Prendersi cura solo del rendimento cognitivo, ignorando la dimensione spirituale, affettiva, relazionale, significa costruire persone frammentate in un mondo che ha già fin troppa frammentazione. Educare in modo integrale vuol dire認識 che ogni allievo porta con sé una storia, una cultura, una spiritualità che meritano ascolto, non correzione.

Francesco d'Assisi, fratello di ogni creatura

Se cerchiamo un modello concreto di questa visione, Francesco d'Assisi resta un riferimento sorprendentemente attuale. Non ha teorizzato l'ecologia integrale: l'ha vissuta, chiamando il sole fratello, la luna sorella, e la terra nostra Madre. Questo linguaggio familiare non è poesia ingenua: è un modo radicale di stare al mondo, che riconosce ogni creatura come parte della stessa famiglia. È esattamente ciò di cui la scuola ha bisogno oggi: relazioni fraterne e sorerne, non gerarchie di potere; cura, non prevaricazione; comunione, non separazione.

E ora, a voi insegnanti sognatori

Se questo articolo ha toccato qualcosa dentro di voi, scrivetelo nei commenti: qual è il sogno che vi ha spinto a scegliere questa professione, e cosa lo tiene ancora acceso oggi? Condividete questo testo con un collega che avete visto stanco, ma che sapete non aver ancora smesso di credere nell'educazione. Le voci degli insegnanti sognatori, messe insieme, diventano una forza che nessuna burocrazia può spegnere.


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