Istituire o educare? Il DDL anti-maranza e la strada che nessuna legge può percorrere al posto nostro
di FabianaFrancesca Ceravolo
Riflessioni di Pedagogia della Cura su un decreto che promette sicurezza e su ciò che, dietro una parola diventata insulto, continuiamo a non voler ascoltare
1. Una parola che è già una condanna
Prima ancora di leggere un solo articolo del disegno di legge, fermiamoci sul suo nome. Perché le parole non sono neutre: sono la prima aula in cui si impara.
«Maranza». La useremo migliaia di volte in queste settimane, sui giornali, nei talk show, nelle chat dei genitori. È un termine dell'argot giovanile milanese, nato tra gli anni Ottanta e Novanta e ridefinito dai social a partire dal 2019. La sua etimologia è incerta e, com'è tipico degli insulti, plurale: c'è chi la fa risalire al lombardo, dove indicava una persona rozza, un «buzzurro»; chi al veneto marangon, il falegname, usato con ironia per chi veste male; e c'è - ed è la pista più scomoda - la sovrapposizione con «marocchino», «melanzana», con quel fondo dispregiativo che ha sempre un colore della pelle e una provenienza sul fondo del bicchiere.
Fermiamoci su questo, perché è pedagogia allo stato puro. Quando lo Stato sceglie di intitolare una legge con l'insulto che la strada rivolge a una categoria di ragazzi, sta facendo una cosa precisa: sta ratificando lo sguardo. Sta dicendo, con l'autorità della Gazzetta Ufficiale, che quei ragazzi sono il problema - non che hanno un problema, non che ci pongono un problema. Sono. La differenza tra queste due grammatiche è la differenza tra due civiltà.
Un adolescente non è mai soltanto ciò che fa, e ancora meno ciò che indossa. Ma quando lo nominiamo con la caricatura - la tuta firmata, il marsupio, l'atteggiamento spavaldo - abbiamo già deciso, prima di conoscerlo, da che parte del vetro sta. E i ragazzi, che sono lettori spietati degli adulti, questo lo capiscono al primo sguardo.
2. Che cosa dice il decreto (e perché va detto con precisione)
La precisione è già una forma di rispetto, anche verso chi non condividerà una riga di questo articolo.
Il 14 luglio 2026, a Palazzo Chigi, il Consiglio dei ministri ha approvato con procedura d'urgenza il disegno di legge «Disposizioni in materia di sicurezza e per la prevenzione del disagio giovanile», che integra il pacchetto sicurezza già varato il 5 febbraio 2026. Trentatré articoli che intervengono sul Codice penale, sul Codice di procedura penale, sul Codice civile e sul Codice antimafia.
Tra le misure: il divieto di radunarsi quando cinque o più persone tengono in luogo pubblico comportamenti intimidatori, molesti o violenti; l'aggravamento del reato di danneggiamento commesso in gruppo, con reclusione fino a sei anni e cinque mesi e multe fino a quindicimila euro; l'estensione del fermo preventivo anche ai minorenni per condotte ritenute pericolose nei luoghi della movida; pene più severe per i disordini nei cortei; nuove norme su organici e tutele delle forze dell'ordine.
Non liquido tutto questo come inutile. C'è un disagio reale nelle nostre città, ci sono episodi di violenza che feriscono persone in carne e ossa, e la paura di chi li subisce è vera, ed è sacra - l'ho scritto altrove e lo confermo qui. Lo Stato ha il dovere di proteggere. La domanda non è se intervenire. La domanda, quella che nessun titolo di giornale pone, è da dove si guarda il ragazzo prima di decidere che cosa farne.
E qui la lingua ci offre due verbi antichissimi, e una scelta.
3. Istituire ed educare: due verbi, due mondi
C'è una parola che governa in silenzio ogni decreto sicurezza: istituire. Viene dal latino in-statuere, «porre dentro», «collocare in una struttura stabile». È il gesto di chi delimita, contiene, fissa un perimetro. L'istituzione - bellissima parola quando serve la persona - nasce per dare forma stabile al caos: stabilisce confini, orari, divieti, luoghi in cui si può stare e luoghi da cui si è respinti. La sua logica profonda è spaziale e statica: mettere ciascuno al suo posto.
Il decreto anti-maranza è, tutto intero, un atto di questo verbo. Dice ai ragazzi dove non possono radunarsi, quando scatta il fermo, quanti di loro insieme diventano reato. Governa lo spazio. Presidia la strada. Colloca.
C'è poi un altro verbo, e ha una direzione opposta, quasi contraria. Educare: e-ducere, «condurre fuori», «tirare da dentro verso l'esterno». Non colloca: accompagna. Non fissa un posto: apre un cammino. L'atto educativo, nella sua radice, presuppone qualcuno che non resta sulla soglia a sorvegliare, ma che entra nella vita dell'altro, gli si mette accanto e lo conduce fuori - fuori dalla paura, fuori dal branco, fuori dall'unica sceneggiatura che quel ragazzo credeva di avere a disposizione.
Ecco la frattura che attraversa tutto il dibattito e che nessuno nomina: istituire opera dall'esterno e verso lo spazio; educare opera dall'interno e verso la persona. L'uno chiede: come contengo questo corpo pericoloso? L'altro chiede: chi è questo ragazzo, e verso dove lo posso condurre?
Una società adulta ha bisogno di entrambi i verbi. La legge esiste, ed è preziosa: è ciò che interrompe la faida, che toglie a ciascuno il potere di farsi giudice della propria causa. Ma un decreto che coniuga solo il primo verbo, e affida all'insulto perfino il proprio nome, non sta prevenendo il disagio giovanile - nonostante il titolo lo prometta, ma lo sta provocando. Sta soltanto spostando i corpi. E un corpo spostato non è un ragazzo educato: è un ragazzo che ha imparato una cosa sola, che non c'è posto per lui, e che la cercherà altrove, più in là, più tardi, più arrabbiato.
4. La strada come aula, l'educatore come presenza
La cosa più rivelatrice del nostro tempo è che le due parole si contendono lo stesso luogo: la strada.
Per la logica del controllo, la strada è un territorio da presidiare, una superficie da liberare, un problema d'ordine pubblico. Ci si mettono le telecamere, le pattuglie, i fogli di via. La strada è il nemico topografico: lì i ragazzi si radunano, dunque lì bisogna disperderli.
Per la Pedagogia della Cura la stessa strada è esattamente il contrario: è l'aula. È il luogo in cui i ragazzi già sono, con la loro musica, il loro slang, la loro noia, la loro fame di essere visti. E se sono lì, l'educatore va lì. Non li convoca in un ufficio: li aggancia dove vivono. È il lavoro paziente e concretissimo degli educatori di strada - quelli del camper la sera, quelli che nei quartieri di Roma, di Firenze, di Bergamo, di Treviso, di Napoli, di Parma non aspettano che il disagio bussi a uno sportello, ma lo vanno a cercare nei giardinetti alle undici di sera.
Che cosa fanno, di preciso? Cose che sembrano niente e sono tutto: parlano, ascoltano, chiedono a un quindicenne che cosa gli piace. Costruiscono l'unica cosa che previene davvero - una relazione significativa con un adulto affidabile. Nessuno diventa violento perché ha ricevuto troppo ascolto. E l'esperienza europea è unanime, per quanto scomoda da dire in campagna elettorale: nessun Paese ha mai contenuto stabilmente questi fenomeni affidandosi alla sola repressione. Gli arresti interrompono la singola condotta; non toccano le condizioni che ogni sera reclutano un ragazzo nuovo.
Non è buonismo - parola costruita apposta per rendere ridicola la mitezza. È realismo esigente. L'educatore di strada non nega il reato, non minimizza il pericolo, non chiede alle vittime di essere eroiche. Fa una cosa più difficile e più efficace: si mette accanto al ragazzo prima che il reato accada, quando è ancora possibile condurlo fuori.
Qui torna una lezione che ho imparato non sui libri ma su una scala, in Brasile, di fronte a un ragazzo che avrebbe potuto farmi del male: la violenza è quasi sempre una domanda che aspetta una risposta, e sta a noi decidere se dargliela. Il controllo, da solo, risponde alla domanda con un'altra domanda. La cura prova a interromperla.
5. Spazi che parlano, o ragazzi che urlano
C'è un'ultima cosa che il verbo istituire, da solo, non sa fare: dare voce.
Un decreto può vietare a cinque ragazzi di stare insieme in una piazza. Non può dare a quei cinque ragazzi un luogo in cui la loro energia - che è enorme, e non è colpevole - trovi una forma. E la domanda pedagogica, quella vera, è disarmante nella sua semplicità: quei ragazzi, dove dovrebbero andare?
Perché un adolescente che non ha uno spazio per esprimersi non smette di avere qualcosa da dire. Semplicemente lo dice altrimenti: con la provocazione, con il branco, con il gesto che finisce sul telegiornale. La trap, lo stile appariscente, la spavalderia che ci irrita non sono l'origine del problema: sono un linguaggio. Goffo, a volte respingente, ma un linguaggio. E a un linguaggio non si risponde con il divieto. Si risponde offrendo una lingua migliore.
Ecco perché la Pedagogia della Cura, e con lei la nostra convinzione che i media digitali, la musica, lo sport siano strumenti straordinari per dare voce a chi non ce l'ha, chiede una cosa concreta accanto - non contro - alla legge: spazi di espressione inclusivi. Sale prova, laboratori, campetti aperti la sera, oratori che non chiudono alle diciotto, botteghe digitali in cui un quindicenne «maranza» scopre di saper montare un video, scrivere un testo, costruire con un robot qualcosa che prima non c'era. Don Milani lo diceva con parole che non invecchiano: dare la parola a chi non ce l'ha non è assistenza, è l'atto politico e pedagogico più alto. E Paulo Freire ci ha avvertiti che l'oppresso il quale interiorizza lo sguardo dell'oppressore non si libera: cambia solo posto nella stessa struttura. Un ragazzo trattato solo come pericolo imparerà a essere pericoloso. È la profezia che si autoavvera, e la stiamo scrivendo in Gazzetta Ufficiale.
6. Una scelta che si compie ogni giorno, e non solo in Parlamento
Non sto chiedendo di abolire la legge. Mi interessa il diritto, e so meglio di molti che nessun codice coincide con la giustizia, ma che senza codice la giustizia diventa vendetta privata. La legge serve. Il fermo serve, a volte. La sicurezza è un bene reale, non un capriccio.
Sto chiedendo un'altra cosa: che accanto al verbo istituire non ci dimentichiamo dell'altro verbo. Che un decreto che si intitola con un insulto e conta solo divieti non venga scambiato per una politica giovanile, perché non lo è: è metà di una politica giovanile, ed è la metà che si vede di più perché costa meno pensiero e produce più applausi. L'altra metà - l'educatore nel quartiere, lo spazio aperto la sera, la relazione paziente che nessun titolo di giornale celebra - si costruisce lentamente, non fa notizia, e salva più ragazzi di qualunque foglio di via.
Istituire colloca. Educare conduce fuori. Una comunità adulta non sceglie l'uno contro l'altro: ma quando scopre di saper coniugare solo il primo, e affida perfino a un insulto il nome delle proprie leggi, dovrebbe fermarsi e chiedersi che cosa, esattamente, sta insegnando ai ragazzi che dice di voler correggere.
E allora la domanda la lascio a voi - colleghi, famiglie, amministratori - perché su questo ho bisogno di pensare insieme e non da sola:
Nella vostra scuola, nel vostro quartiere, nella vostra amministrazione: dove sono gli spazi in cui un ragazzo, considerato “difficile” può essere condotto fuori invece che semplicemente spostato via? E se non ci sono, chi li costruirà, mattone dopo mattone, sera dopo sera?
Perché la strada, quella vera, non la si libera con un divieto. La si abita con una presenza.
Fonti
- DequoDdl anti-maranza: cosa prevede il nuovo pacchetto sicurezza approvato dal Governo - AdnkronosSicurezza, dalle norme anti-maranza allo scudo penale: le nuove misure - AvvenireDalle misure per i «maranza» allo scudo penale: che cosa c'è nel nuovo decreto sicurezza - Sky TG24Ddl Sicurezza 2026, dalla movida ai cortei e alle baby gang: misure e novità - Accademia della Cruscamaranza - Parole nuove - Il PostDa dove viene la parola «maranza» - Il GiornoBergamo, educatori in strada contro il disagio: «La repressione da sola non basta» - Città di FirenzePrevenzione del disagio giovanile, via agli educatori di strada



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