La città dell'amore o la città del rancore: educare alla legalità in tempi di vendetta

di FabianaFrancesca Ceravolo

Immagine generata con IA



Riflessioni di Pedagogia della Cura a partire da un fatto di cronaca che ci riguarda tutti e tutte

1. Quando la cronaca diventa un'aula (e nessuno se ne accorge)

Il 15 luglio 2026 la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a quattordici anni e nove mesi per il gioielliere di Gallo di Grinzane Cavour che, nell'aprile del 2021, uccise due rapinatori e ne ferì un terzo. I giudici, in tre gradi di giudizio, hanno accertato un punto di fatto che è bene ricordare con precisione, perché la precisione è già una forma di rispetto: gli spari non furono esplosi durante l'aggressione, ma quando i rapinatori stavano ormai fuggendo. Il pericolo attuale — il presupposto giuridico che sorregge la legittima difesa — era cessato. Non c'era più difesa. C'era un inseguimento.

Questa è la vicenda giudiziaria. Poi c'è ciò che le è cresciuto attorno, e che a me, come pedagogista e come docente, inquieta molto di più.

Nel giro di poche ore, quel dramma — perché di dramma si tratta per tutti: per un uomo di settantadue anni che entra in carcere, per due famiglie che hanno seppellito i propri morti, per un territorio ferito — è diventato materiale da campagna elettorale. Slogan. Post. Dirette. La formula è sempre la stessa, ed è micidiale per la sua semplicità: lo Stato ti abbandona, difenditi da solo, e chi si difende non sbaglia mai. Non è analisi giuridica. È il capovolgimento di una sentenza in un torto subìto, la trasformazione di un uomo condannato in un simbolo da agitare.

Chi fa questo non sta difendendo un cittadino. Sta usando un dolore come megafono.

E qui si apre la domanda che nessun talk show pone mai, e che invece è la sola davvero decisiva: che cosa stanno imparando i bambini, le bambine e gli adolescenti?

Perché mentre gli adulti discutono, in migliaia di case italiane c'è un televisore acceso all'ora di cena. E davanti a quel televisore c'è un bambino di otto anni che apparecchia, un ragazzo di quattordici che smanetta sul telefono fingendo di non ascoltare. Ascoltano, invece. Ascoltano tutto. E ascoltano soprattutto una cosa: il commento del papà, il cenno d'assenso della mamma, quel "e ha fatto bene" buttato lì tra una portata e l'altra.

Albert Bandura ce l'ha insegnato con chiarezza sperimentale ormai più di mezzo secolo fa: i bambini e le bambine non imparano principalmente da ciò che diciamo loro, ma da ciò che vedono fare e approvare dalle figure che contano. L'apprendimento è sociale, vicario, osservativo. Un valore non si trasmette con la lezione delle nove del mattino: si trasmette con l'annuire di un genitore davanti a uno slogan. Quel cenno del capo è una lezione. È forse la lezione più efficace di tutta la giornata educativa di quel ragazzo, e non l'ha tenuta nessun docente.

E allora proviamo a seguire il ragionamento fino in fondo, con la spietata coerenza che i ragazzi — loro sì — sanno applicare.

Se insegniamo che chi ha subìto un torto è autorizzato a farsi giustizia da sé; se insegniamo che l'intensità della propria paura misura la legittimità della propria reazione; se insegniamo che aspettare la legge è da deboli — che cosa faremo il giorno in cui un nostro allievo, umiliato per mesi in classe, deriso, isolato, finalmente esasperato, deciderà di applicare esattamente quella regola? Il giorno in cui aprirà l'astuccio, prenderà un paio di forbici e si farà giustizia da solo?

Con quale autorevolezza gli diremo che no, lui no, lui doveva rivolgersi all'adulto, doveva fidarsi della procedura, doveva avere pazienza? Con quale coerenza, dopo avergli spiegato per anni, ogni sera, a reti unificate o sui social, che la giustizia privata è un diritto sacrosanto dell'offeso?

Non possiamo educare alla legalità dalle otto alle tredici e alla vendetta dalle venti alle ventitré. I ragazzi non sono stupidi. Vedono la contraddizione, e quando un adulto è incoerente scelgono sempre il messaggio più eccitante, non quello più giusto.

2. Brasile: quei due piedi scalzi sulla porta

Ho imparato quanto costi — e quanto valga — scegliere la pace in un luogo dove la violenza non era un tema di dibattito, ma un rumore di fondo quotidiano.

Ero in Brasile. Stavo scrivendo la mia tesi al computer, in una stanza al secondo piano della casa. Era uno di quei pomeriggi in cui la concentrazione ti isola dal mondo: le dita sulla tastiera, gli occhi dentro lo schermo, il pensiero tutto raccolto in un paragrafo difficile, mentre nel cuore portavo ancora la sofferenza fresca per la perdita di mio padre e le situazioni incomprensibili della vita.

Poi lo sguardo mi è caduto verso il basso. E ho visto due piedi, fermi, sulla soglia della porta.

Ho alzato gli occhi lentamente. Sulla porta c'era un ragazzo che mi fissava, immobile. Mi è bastato un istante per capire ciò che la mente registra prima ancora di saperlo dire: non era un ragazzo del progetto, non era un educatore o un dipendente, e nemmeno uno degli operai che lavoravano in casa. Non doveva essere lì.

Ho avuto paura. Voglio dirlo con onestà, senza costruirmi addosso un'aureola: ho avuto una paura legittima, immediata, fisica. Ho pensato — perché era ragionevole pensarlo — che potesse essere un delinquente, e che quella stanza fosse diventata all'improvviso un luogo senza uscita.

Ma proprio in quel secondo ho capito una cosa che porto con me da allora: la mia paura, se fosse diventata gesto, avrebbe scatenato la sua. Un urlo, uno scatto, una corsa verso la porta avrebbero costretto anche lui a reagire. La violenza, quasi sempre, è una domanda che aspetta una risposta. Sta a noi decidere se dargliela.

Così ho scelto — e fu una scelta consapevole, non un istinto — una postura serena. Mi sono alzata con calma e gli ho detto, con la voce più normale che avevo:

"Ah, tu devi essere il nuovo operaio. Vieni, ti porto dalla suora responsabile così ti dice cosa devi fare."

Ha esitato. Poi mi ha seguita.

Abbiamo sceso insieme le scale dal secondo piano. Mi sono messa accanto a lui — potevo spingerlo o bloccarlo, ma non l'ho sfiorato né aggredito: semplicemente mi sono messa al suo fianco perché lungo quelle scale potevamo incontrare qualcuno, e volevo che tra lui e chiunque altro ci fossi io. Volevo tutelare, non punire. La mia umanità, e sì, anche la mia fede cristiana, in quel corridoio non mi hanno lasciato altra strada che la pace.

Arrivati dalla superiora, l'ho avvisata. Le è bastato uno sguardo per capire. Ha gridato alla direttrice di chiamare la polizia. E a quel punto il ragazzo è scappato.

Confesso una cosa che allora non dissi a nessuno: avrei voluto seguirlo. Non per fermarlo, non per fargli del male. Per mettermi in ascolto della sua vita. Perché quando l'ho guardato bene, sulle scale, ho visto quello che era: un ragazzo. Diciotto, forse vent'anni. Un'età in cui da noi si discute della patente.

Poco dopo seppi il resto, e mi lasciò scossa per giorni: quel ragazzo, poche ore prima, aveva tolto la vita a una persona.

Non ho mai smesso di pensare a lui. Non per assolverlo — un morto è un morto, e nessuna pedagogia può alleggerire quel peso. Ma perché in quel corpo di vent'anni c'era una storia che qualcuno, molto prima di me, aveva smesso di ascoltare.

3. Riconoscere il reato senza restituire il male

Da quell'esperienza ricavo l'unica tesi di questo articolo, e la dico senza attenuanti.

Nemmeno di fronte a chi ha commesso un reato, nemmeno di fronte a chi è realmente pericoloso, l'aggressione privata è giustificabile. Mai.

Voglio essere chiara su ciò che questa frase non significa, perché il fraintendimento è la scorciatoia preferita di chi non vuole ragionare. Non significa negare il reato: quel ragazzo aveva ucciso. Non significa negare il pericolo: io ero in pericolo, e lo sapevo. Non significa chiedere alle vittime di essere eroiche, né derubricare a isteria la paura di chi si è visto entrare in casa o in negozio degli uomini armati. Quella paura è vera, ed è sacra.

Significa una cosa sola: che tra il riconoscere il male e il restituirlo esiste uno spazio, ed è in quello spazio che abita la civiltà.

Quello spazio ha un nome tecnico: si chiama legge. La legge è imperfetta, spesso lenta, talvolta rigida fino a sembrare cieca. Chi ha studiato diritto lo sa meglio di chiunque altro: nessun codice coincide mai perfettamente con la giustizia. Ma la legge non nasce per essere perfetta. Nasce per una ragione più modesta e infinitamente più preziosa: per interrompere la faida. Per impedire che il torto subìto generi il torto restituito, che a sua volta ne genera un altro, in una catena che nelle società senza diritto non si è mai fermata da sola. La legge è ciò che toglie a ciascuno di noi il potere di essere giudice della propria causa — e proprio per questo protegge tutti, anche chi in quel momento non se ne rende conto.

La nostra Costituzione lo dice in una riga che dovrebbe stare appesa in ogni aula: le pene «devono tendere alla rieducazione del condannato» (art. 27). Non "alla soddisfazione dell'offeso". Non "al pareggio dei conti". Alla rieducazione. È una delle affermazioni più radicalmente pedagogiche mai scritte in un testo giuridico: dice che nessuna persona coincide per intero con il peggiore dei suoi atti, e che una comunità si misura dalla sua capacità di tenere aperta una possibilità anche là dove sarebbe più facile chiuderla per sempre.

La Pedagogia della Cura si colloca esattamente lì. Non è ingenuità, non è buonismo — parola che è stata costruita apposta per rendere ridicola la mitezza. È realismo esigente. Riconosce il reato. Non nega il pericolo. Chiede giustizia, e la chiede seria. Ma si rifiuta di rispondere al male con il male, perché sa che il male restituito non chiude nulla: fa solo un altro giro.

Zygmunt Bauman aveva visto con lucidità come nelle società della paura la sicurezza diventi merce politica: si alimenta l'angoscia per poi venderne il rimedio, e il cittadino spaventato è, elettoralmente, il più docile dei cittadini. Edgar Morin ci ha ricordato che ogni problema umano è complesso e che la semplificazione violenta non è una risposta ma una rinuncia a pensare. E Paulo Freire ci ha insegnato che l'oppresso che interiorizza la logica dell'oppressore non si libera affatto: cambia solo posto nella stessa struttura. Chi risponde alla violenza con la violenza non ha vinto la violenza: l'la ereditata.

C'è poi una voce che sento particolarmente mia, quella della fraternità francescana: l'idea che nessuna creatura sia esterna al legame, che il nemico resti fratello, e che disarmare sia un atto di forza e non di resa. Non è sentimentalismo. È la scoperta, difficile e concreta, che l'altro — anche l'altro che mi minaccia — non smette di essere una persona. Su quelle scale in Brasile non ho salvato quel ragazzo. Ma non ho aggiunto niente al male che c'era già. E qualche volta, in educazione come nella vita, è esattamente questo il massimo risultato disponibile: non aggiungere.

4. Costruire la città dell'amore

Abbiamo davanti due progetti di città, e la scelta tra i due non è astratta: si compie ogni giorno, in cucina e in aula, molto più che nelle urne.

C'è la città del rancore. Si costruisce in fretta, non richiede competenze, offre soddisfazioni immediate. Ha bisogno solo di un nemico rinnovabile e di qualcuno disposto a indicarlo. In quella città ognuno gira armato, di pistole o di parole, e nessuno dorme davvero tranquillo — perché in una città dove ciascuno si fa giustizia da sé, prima o poi tocca a te essere l'imputato di qualcun altro.

E c'è la città dell'amore, della pace e del rispetto. Si costruisce lentamente, richiede pazienza, non produce applausi. Ma è l'unica in cui i nostri figli, le nostre figlie, i nostri allievi e le nostre allieve possano crescere senza dover imparare a difendersi da tutti.

Costruire quella città non è compito dei governi. È compito nostro, ed è un compito quotidiano, fatto di gesti minuscoli: la parola che scegliamo davanti al telegiornale, il commento che decidiamo di non fare, il conflitto tra due bambini che accompagniamo invece di sedare, l'allievo che sbaglia e a cui offriamo una riparazione anziché una condanna. Educare alla legalità democratica non significa insegnare l'obbedienza cieca. Significa insegnare e mostrare che le regole sono nostre, che le abbiamo scritte insieme, e che valgono soprattutto quando ci costano.

E allora vi chiedo, qui nei commenti, perché su questo ho bisogno di pensare insieme a voi e non da sola:

Come possiamo, nelle nostre famiglie e nelle nostre scuole, disinnescare ogni giorno la cultura della vendetta? Con quali parole, con quali gesti concreti insegniamo ai nostri ragazzi il valore della legalità democratica e la bellezza difficile di risolvere un conflitto senza distruggere l'altro?

Raccontatemi le vostre strategie, i vostri fallimenti, le vostre intuizioni. Perché la città dell'amore non la progetta nessun architetto: la costruiscono, mattone dopo mattone, gli adulti che davanti a uno slogan violento hanno il coraggio di dire, a voce alta e davanti ai propri figli: no, non è così che si fa.

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