La classe pulita e… lo sguardo che include

 di FabianaFrancesca Ceravolo

Immagine generata con IA


Quando l'inclusione non è una parola scritta sulla porta, ma un tappeto morbido offerto al momento giusto.

C'è un'inclusione che scriviamo nei documenti, la stampiamo nei regolamenti, la recitiamo nei convegni. E c'è un'inclusione che accade, quasi in silenzio, un venerdì pomeriggio, quando qualcosa nei nostri schemi si incrina e noi dobbiamo scegliere: proteggere l'ordine, o proteggere la persona.

Ho imparato molto presto che le due cose, a volte, non совпадаono. E che educare significa avere il coraggio di sapere quale delle due viene prima.

La scena

Era un venerdì pomeriggio. Nella sala insegnanti si teneva un incontro importante, molto partecipato: i genitori dei bambini e delle bambine di quarta elementare erano riuniti in preparazione alla Prima Comunione. A guidarlo era Suor Gio, la Superiora - per molti anni Direttrice di quella scuola - con quella serietà affettuosa che riempie una stanza. Io ero nell'aula di fronte, nel refettorio, incaricata di occuparmi dei bambini mentre gli adulti seguivano l'incontro.

Da lì, attraverso la porta, osservavo. E il mio sguardo si è fermato su una madre.

Con lei c'era Matteo - lo chiamo così - un bambino di cinque, sei anni, nello spettro autistico. Se ne stava davanti a una libreria piena di videocassette, immerso nel suo gioco, nel suo ritmo. La madre, però, non era davvero nell'incontro. Era tutta negli occhi che seguivano il figlio: lo controllava, lo anticipava, tratteneva il respiro a ogni suo movimento, col timore sottile che «accadesse qualcosa». Il corpo era seduto lì, ma la mente le era stata tolta. Stava perdendo, parola dopo parola, la profondità di ciò che era venuta a cercare.

Non c'era nulla di sbagliato in quella stanza. Nessuno stava facendo niente di male. Eppure, c'era una tensione che nessun regolamento aveva previsto, e che nessun ordine del giorno poteva sciogliere.

Mi sono avvicinata a lei, piano. Le ho chiesto, con delicatezza, se potevo portare Matteo con me. Un attimo di esitazione, poi il sollievo. L'ho accompagnato nell'aula accanto, quella dei bambini di tre anni: un tappeto morbido steso per terra, costruzioni, giochi pensati per mani piccole. L'ho lasciato libero di scegliere, di entrare nel suo mondo senza che nessuno gli stesse addosso. E mi sono messa nel corridoio, in quel punto esatto da cui potevo tenere lo sguardo, insieme, su Matteo e sui bambini del refettorio.

Nessuno era solo. Nessuno era sorvegliato. Ognuno era, semplicemente, al posto giusto.

Alla fine dell'incontro la madre mi ha ringraziata, e nel suo grazie c'era il peso di un pomeriggio restituito. Prima di andare via, insieme ai bambini del refettorio, abbiamo rimesso in ordine l'aula dei più piccoli: ogni gioco al suo posto, ogni costruzione riposta. L'incontro si è chiuso nella serenità di tutti.

Credevo fosse finita lì. Invece la lezione più grande mi aspettava a cena.

Il pulito contro la cura

La sera, a tavola con le suore, una consorella adulta - quarant'anni di servizio in quella scuola, una vita intera dentro quelle mura - mi rivolse una critica netta, quasi severa. Avevo sbagliato, disse. Di venerdì le aule erano già state pulite e igienizzate per la settimana successiva. Io, usandone una, l'avevo «risporcata».

In quella frase c'era, condensata, un'intera visione dell'istituzione. Una visione ordinata, conservativa, rispettosa delle procedure: il venerdì si pulisce, e ciò che è pulito non si tocca. Non era cattiveria. Era una fedeltà - reale, sincera - a un'idea di scuola come spazio da custodire.

Ma esiste un'altra fedeltà. E quella sera ho capito che le appartenevo.

Ho risposto con semplicità, senza alzare la voce, ma senza cedere di un passo: «La persona viene prima delle nostre regole». E ho aggiunto che l'aula, comunque, era stata interamente riordinata. Il pavimento non portava ferite. Portava solo le tracce, ormai cancellate, di un bambino che aveva potuto giocare in pace.

Fu allora che intervenne Suor Gio. «Mi dispiace, ma questa volta sto con Francesca. Ha avuto un'ottima intuizione e mi ha aiutata: i genitori hanno potuto seguire l'incontro con attenzione, il bambino ha potuto esprimersi liberamente senza che la mamma si preoccupasse, e anche gli altri allievi erano tranquilli a giocare in refettorio».

Non era solo una difesa. Era il riconoscimento che due bisogni apparentemente in conflitto - l'ordine della casa e la libertà di un bambino - potevano convivere, se qualcuno si assumeva la responsabilità di tenerli insieme.

Ciò che il pavimento mi ha insegnato

A distanza di anni, riconosco quel venerdì come uno dei primi «studi sul campo» di ciò che oggi chiamo Pedagogia della Cura. Non una teoria imparata sui libri, ma una verità intravista in un corridoio, tra due porte aperte.

L'inclusione concreta non è un principio da esporre: è uno sguardo educativo che sa leggere il bisogno reale prima ancora che venga detto. La madre non aveva chiesto aiuto. Matteo non aveva creato alcun problema. Eppure, c'era, tra loro, una tensione che solo uno sguardo attento poteva cogliere e sciogliere. Includere, lì, non ha significato applicare una norma: ha significato accorgersi. Fare spazio. Offrire un tappeto morbido e la libertà di abitarlo.

Perché la persona viene prima delle regole? Non perché le regole non contino - contano, e proteggono. Ma perché le regole esistono per la persona, non la persona per le regole. Nel momento in cui un ordine, una procedura, un pavimento igienizzato diventano più importanti del benessere di un bambino e della serenità di una madre, l'istituzione ha smesso di educare e ha iniziato solo a conservarsi.

La vera domanda che quel giorno mi ha lasciato non è «l'aula era pulita?», ma: di quale pulizia stiamo parlando? C'è il pulito dei pavimenti, che dura una settimana. E c'è la pulizia dello sguardo, quella capacità di vedere l'altro nel suo bisogno più autentico, che dura una vita e forma una vocazione.

Educare è avere il coraggio di sporcarsi le mani per il primo tipo di pulizia, custodendo con cura il secondo.

Quel venerdì il pavimento tornò lucido come prima. Ma qualcosa, in me, era cambiato per sempre - e non si è più pulito via.

Commenti

Post più popolari