La Lettera e la Ruha (Spirito): il paradosso del neoconservatorismo burocratico nella prassi educativa
di FabianaFrancesca Ceravolo
Un paradosso del nostro tempo
Viviamo una stagione ecclesiale ed educativa segnata da un singolare e inquietante paradosso. Lo si avverte nei corridoi delle scuole, nelle sale insegnanti silenziose, e in modo forse ancora più nitido nelle piazze digitali dei social media: in quei thread dove docenti di religione, catechisti, animatori pastorali, religiosi e religiose, presbiteri e politicanti si ergono a vigili dell'ortodossia, a custodi di una purezza dottrinale che si esprime soprattutto nell'individuare i pericoli — reali o presunti — provenienti dall'esterno.
Questo fenomeno merita un nome preciso: clericalismo funzionale, o più esattamente neoconservatorismo burocratico. Una postura intellettuale e pastorale che difende con fermezza quasi notarile le carte dell'autorità — i decreti, i confini normativi, i documenti magisteriali — ma ne tradisce sistematicamente lo spirito profondo, l'anima evangelica che quei documenti stessi cercano di custodire.
L'inganno, come ogni inganno riuscito, è sottile. Parla la lingua giusta. Cita i testi corretti. Sa dove trovare le note a piè di pagina. Ma dove l'attenzione si sposta dall'evento salvifico al cavillo formale, dove la persona scompare dietro la categoria e l'incontro viene sostituito dal processo, lì la Ruha (lo Spirito) non abita più. Rimane solo la lettera — e la lettera, come sapeva e diceva Paolo di Tarso, uccide.
La chiocciola, lo schwa e la caccia alle streghe
Il sintomo più rivelatore di questa patologia — e forse il più grottesco nella sua piccolezza — è la rapidità con cui un tentativo di accoglienza linguistica si trasforma in emergenza ideologica.
Immaginate: un'insegnante di religione, o un catechista attento alle dinamiche del gruppo, sceglie di declinare un testo al femminile e al maschile, oppure di usare la chiocciola o lo schwa — segni grafici pensati per non escludere, per dire a ciascuna persona "questo spazio parla anche di te". Un gesto piccolo, quasi timido. Un segnale che l'educatore ha visto qualcuno che altrimenti sarebbe rimasto invisibile.
In pochi minuti, nei commenti social, parte la risposta: "ideologia gender". Segue il riferimento all'antropologia cristiana, la citazione del documento giusto, l'hashtag appropriato. E intanto, la persona che quella chiocciola l'aveva letta e si era sentita, forse per la prima volta, considerata, è già di nuovo fuori. Respinta dalla dogana.
Questo è il neoconservatorismo burocratico al lavoro: un riflesso condizionato, rapido e sicuro di sé, che preferisce la chiarezza della categoria alla complessità dell'incontro. Che vede in un segno grafico una minaccia da neutralizzare, invece di una domanda da ascoltare. Non è ortodossia. È paura travestita da fedeltà. Ma… fedeltà a chi? A cosa?
L'eclissi del Concilio e la tentazione della dogana pastorale
Questo atteggiamento rappresenta la più radicale smentita del Concilio Ecumenico Vaticano II — non nonostante lo citi, ma proprio perché lo cita senza abitarlo.
La Gaudium et Spes ha scelto deliberatamente di non guardare la storia con gli occhi del sospetto. Ha inaugurato un'ecclesiologia dell'ascolto: la Chiesa che si mette in cammino con l'umanità del suo tempo, che prende su di sei "le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono" (GS, 1). Ha indicato il metodo: "Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro mutue relazioni" (GS, 4), con discernimento — non come minacce da censurare, ma come interpellanze della Ruha (Spirito) che il mondo rivolge alla Chiesa.
Il neoconservatorismo burocratico inverte questa logica. Legge i segni dei tempi come campiture di allerta. Li smista, li cataloga, li etichetta. E dove il Concilio Vaticano II chiedeva apertura, risponde con perimetrazione.
Papa Francesco ha descritto questa deriva con un'immagine che non lascia scampo: la Chiesa ridotta a "dogana". Luogo in cui si controlla se i documenti sono in ordine, se il linguaggio è conforme, se le categorie adottate rientrano nella lista approvata. Un luogo, dunque, in cui non si salva nessuno — perché non si incontra nessuno.
Nel magistero di Francesco — da Evangelii Gaudium a Fratelli Tutti — un principio ritorna con la forza di un assioma: "La realtà è superiore all'idea" (EG, 231). Non è un invito al relativismo. È un richiamo alla responsabilità dell'incarnazione: la dottrina che non si fa carne nell'incontro con una persona concreta, con la sua storia e la sua fragilità, cessa di essere teologia cattolica e diventa — senza quasi accorgersene — ideologia gnostica. Fredda. Autoreferenziale. Incapace di salvare. Anzi… spesso uccide!
"Un'ortodossia, o retta dottrina, che non genera accoglienza non è ortodossia: è apologetica senza cuore."
Da Milani a Freire: la pedagogia come luogo teologico
Per chi educa, questo paradosso non è solo un problema ecclesiologico. È un peccato pedagogico — e i peccati pedagogici si scontano nelle persone che restano indietro.
Don Lorenzo Milani, dalla sua scuola di Barbiana, aveva capito tutto con una chiarezza spietata: "Se si perdono i ragazzi più difficili, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati." Il clericalismo funzionale applica alla pastorale e alla didattica la stessa logica selettiva del registro dei promossi e dei bocciati. Decide prima chi è dentro e chi è fuori. Poi costruisce intorno a quella decisione un apparato di giustificazioni dottrinali che la rende inattaccabile — o almeno così sembra.
Ma don Milani non si fermava alla critica. La sua risposta era "I care" — mi importa, mi sta a cuore. Non come slogan, ma come orientamento di vita: la scelta di non voltarsi dall'altra parte, di restare con chi è rimasto indietro, di considerare ogni persona capace di parola propria, di pensiero proprio, di dignità irriducibile.
Paulo Freire, con una radicalità che nasce da un'altra latitudine ma converge verso la stessa sorgente, metteva in guardia dalla "pedagogia bancaria": quel modello in cui l'educatore deposita formule in contenitori passivi, pretende di riempire anziché liberare, accumula saperi anziché generare coscienze. Il bigottismo clericale — anche nelle sue versioni colte e documentate — opera esattamente così. Deposita categorie preconfezionate. Non tollera la domanda che sfugge alla risposta prevista. Non sa stare nell'incertezza dell'incontro. Ed è lì che si tradisce il Vangelo: perché il Vangelo è sempre una storia di persone che fanno domande inaspettate, e di un Maestro che non le censura, ma le accoglie, le approfondisce, le trasforma in occasione di liberazione.
La minorità francescana e la nudità del Vangelo
La risposta a questa deriva non sta in una contro-ideologia. Rispondete alla rigidità con un'altra rigidità e avrete solo spostato il problema. La risposta sta nel ritorno alla radicalità delle origini.
Francesco d'Assisi non ha scritto trattati di ecclesiologia difensiva. Ha scelto la via della minorità — e quella scelta, ancora oggi, ha il potere di destabilizzare ogni sistema di potere, anche quelli travestiti da fedeltà. Essere minori significa smettere di usare le armi del giudizio, del controllo, della categorizzazione. Significa presentarsi all'altro con le mani vuote — non per mancanza di convinzioni, ma per eccesso di rispetto. Significa riconoscere nell'altro un fratello o una sorella prima ancora di sapere se usa il linguaggio giusto, la formula corretta, la categoria approvata.
Francesco ha abbracciato il lebbroso. Non dopo aver verificato che soddisfacesse i criteri di ammissione alla comunità. Lo ha abbracciato e basta. E in quell'abbraccio — fraterno e sorerno, per usare una parola che porta in sé la stessa cura che vogliamo praticare — si è consumato tutto il Vangelo.
Gesù, nei testi che i neoconservatori burocratici amano citare, non ha mai difeso le strutture istituzionali a scapito della persona. Davanti alla donna colta in adulterio, i funzionari del sacro del suo tempo cercavano il rispetto della norma, l'applicazione corretta della procedura, la coerenza con la lettera della Legge. Gesù si è chinato. Ha scritto nella terra. Ha alzato lo sguardo. E con quello sguardo ha rimesso la persona al centro, restituendole dignità prima ancora di parlare.
Davanti al cieco nato, la domanda dei discepoli era dottrinale: "Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?" — chi è il colpevole, chi è fuori dalla norma, chi merita di essere dove si trova. Gesù la ribalta: "Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché si manifestassero in lui le opere di Dio." Il cieco non è una categoria teologica da risolvere. È una persona. E in quella persona — proprio in quella fragilità — abita qualcosa di sacro che nessuna formula può contenere.
Per una postura di autentica cura
Se vogliamo essere educatori credibili, testimoni credibili, cristiani e cristiane credibili — dentro e fuori la Chiesa, dentro e fuori la scuola — siamo chiamati e siamo chiamate a rigettare la tentazione del "cristianesimo da tastiera": rigido nelle parole, sterile nelle opere, più a suo agio nell'individuare l'errore dell'altro che nel custodire la fragilità dell'altro.
La nostra postura non può che essere quella della Pedagogia della Cura. Una presenza attenta che sa abitare il limite senza fuggirlo. Che accoglie l'imprevisto invece di neutralizzarlo. Che vede in ogni bambina e bambino, in ogni ragazza e ragazzo, in ogni persona che entra in uno spazio educativo o pastorale — non un campo di battaglia ideologico da colonizzare, ma un mistero da servire con rispetto, delicatezza e profonda minorità.
Questa postura non è debolezza. È la forma più esigente di fedeltà al Vangelo che io conosca. Richiede più coraggio del dogmatismo, più intelligenza della norma, più amore di qualsiasi formula. E richiede — ogni giorno, in ogni aula, in ogni sacrestia, in ogni piazza digitale — la scelta di fare come don Milani: restare. Come Freire: liberare. Come Francesco: abbracciare prima di giudicare. Come papa Francesco: uscire dalla dogana e camminare con la gente sulla strada polverosa della propria umanità fragile.
Solo così le carte dell'autorità cesseranno di essere faldoni burocratici e torneranno ad essere ciò che la Ruha (Spirito) intendeva: sentieri luminosi per custodire la gioia del Vangelo — non cancelli per impedire che qualcuno ci entri.
"La tradizione è la trasmissione del fuoco, non la venerazione delle ceneri." — attribuito a Gustav Mahler, ripreso da Papa Francesco
"Se si perdono i ragazzi difficili, la scuola non è più scuola." — Don Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa
"La realtà è superiore all'idea." — Papa Francesco, Evangelii Gaudium, 231
"Senza amore non può esistere educazione." — Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi
"Voglio che i miei frati siano minori e soggetti a tutti." — Francesco d'Assisi, Testamento
Nota metodologica: le scelte di questo testo
Questo saggio nasce da una convinzione: che la critica profetica non possa mai diventare speculare alla rigidità che critica. Il tono cerca di essere lucido senza essere polemico, fermo senza essere aggressivo, profetico senza essere sdegnoso. Perché anche il neoconservatore burocratico — come ogni persona — porta in sé una fragilità, una paura, un bisogno di senso che merita rispetto. La critica è alla postura, non alla persona. Alla distorsione del sistema, non all'individuo che in quel sistema è cresciuto e che, forse, cerca la sua strada verso la libertà.
Testo condivisibile e riproducibile, integralmente o in estratti, secondo lo spirito della cultura aperta. Si fa obbligo di citare l'autrice e la fonte originaria, avendo cura di rispettare il contesto argomentativo complessivo del saggio.
Questo saggio fa parte della sezione Pedagogia della Cura del blog.



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