La sala docenti che vogliamo: smontare le gerarchie invisibili per costruire comunità

di FabianaFrancesca Ceravolo


Immagine generata con l'aiuto dell'IA

C'è un luogo, nella scuola primaria italiana, che non compare in nessun documento ministeriale, eppure decide molto della qualità dell'educazione: la “sala docenti”, che spesso è il corridoio. È lì che si costruisce — o si consuma — il clima di una comunità professionale. È lì che un'insegnante appena arrivata capisce, in pochi giorni, se sarà accolta come collega o tollerata come ospite. Ed è lì che, troppo spesso, si riproducono in silenzio le stesse dinamiche di esclusione che nelle nostre classi ci impegniamo ogni giorno a smontare.

Vale la pena guardarle in faccia, queste dinamiche. Non per puntare il dito contro qualcuno — le persone sono quasi sempre migliori dei sistemi che abitano — ma perché ciò che non viene nominato non può essere trasformato.

La scuola come comunità di pratiche, non di gerarchie

La normativa è chiara: tra docenti non esiste gerarchia. Eppure, ogni scuola conosce la sua gerarchia informale, quella non scritta che si fonda sull'anzianità di permanenza in un istituto. "Io sono prima qui da anni" diventa, senza che nessuno lo dichiari apertamente, un titolo di proprietà: sulle classi, sulle metodologie, sugli spazi, perfino sul diritto di parola nelle riunioni. Chi arriva dopo — la docente in anno di prova, il collega con contratto a termine, chi ha ottenuto il trasferimento — viene implicitamente invitato ad adeguarsi, a non disturbare, ad aspettare il proprio turno per esistere professionalmente.

Paulo Freire ci ha insegnato che ogni relazione educativa autentica è dialogica: “nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, ci si educa insieme”. Se questo vale per il rapporto tra maestra e bambino, vale a maggior ragione tra pari. Quando l'anzianità si trasforma in potere di veto sull'innovazione, non stiamo difendendo l'esperienza: stiamo confondendo la memoria di un luogo con la sua proprietà. L'esperienza è un patrimonio prezioso quando circola, quando si mette a disposizione, quando accetta di essere interrogata. Diventa un ostacolo quando pretende di essere l'unica misura del possibile.

Competenza e pluralismo: ciò che perdiamo quando isoliamo

C'è poi un costo pedagogico, concreto e misurabile, delle dinamiche di svalutazione. Quando una collega viene giudicata prima ancora di essere ascoltata, quando le sue proposte vengono liquidate con un sorriso condiscendente, quando viene lasciata sola davanti alle difficoltà del primo anno in una scuola nuova, il danno non è solo suo. È dei bambini, che perdono la ricchezza di uno sguardo diverso. È della continuità educativa, perché chi non è accolto se ne andrà appena possibile, e ogni partenza forzata è un filo spezzato nella trama delle relazioni con allievi e famiglie. È dell'intera comunità professionale, che si abitua a funzionare per cerchie invece che per progetti.

Lorenzo Milani ci ha lasciato una lezione che vale anche per gli adulti: non c'è nulla di più ingiusto che fare parti uguali fra disuguali, ma non c'è nulla di più impoverente che trattare da disuguali coloro che portano competenze semplicemente diverse. Una scuola che umilia i suoi docenti più fragili contrattualmente — i precari, i neoassunti — sta insegnando l'esclusione, qualunque cosa scriva nel proprio piano dell'offerta formativa. I bambini non imparano ciò che diciamo loro: imparano ciò che ci vedono fare tra noi.

La mobilità come valore e non come stigma

E poi c'è una ferita di cui si parla poco, e che chiede di essere nominata con delicatezza e fermezza insieme: il pregiudizio territoriale. Migliaia di docenti, in gran parte donne, lasciano ogni anno le proprie regioni d'origine per insegnare dove c'è necessità di cattedre. Non per capriccio: per lavorare, per esercitare un diritto costituzionale. Eppure, in molte “sale insegnanti” la loro provenienza diventa oggetto di micro-giudizi, battute, presunzioni di inadeguatezza. Come se un accento fosse un curriculum, come se la geografia di nascita dicesse qualcosa sulla qualità professionale di una persona.

Chiamiamola per quello che è: una forma di discriminazione, tanto più insidiosa quanto più si presenta come innocua ironia. E rovesciamo la prospettiva: chi si sposta porta con sé storie, pratiche didattiche, sensibilità culturali che arricchiscono la scuola che lo riceve. La contaminazione tra territori è esattamente ciò che rende viva una comunità educante, come è vivo un ecosistema quando è biodiverso. Una sala docenti che accoglie chi arriva da lontano — con un gesto semplice come chiedere "come stai?" nei primi giorni, come condividere i materiali, come spiegare le consuetudini non scritte — sta già facendo ecopedagogia: sta curando le relazioni come si cura un terreno che deve dare frutto.

Il potere come servizio: una questione che riguarda tutti

Alla radice di tutto questo c'è un equivoco sul potere. Nelle organizzazioni — scolastiche, ma anche sanitarie o aziendali — il potere viene spesso vissuto come possesso da difendere invece che come responsabilità da esercitare a beneficio di tutti. Ma chi ha più anzianità, più conoscenza del contesto, più relazioni consolidate, ha in mano esattamente questo: una responsabilità. Quella di aprire porte, non di presidiarle. Quando il potere informale viene usato per escludere, si tolgono a persone competenti opportunità che spetterebbero loro per merito e per diritto, e si impoverisce l'istituzione che si crede di proteggere.

L'autorevolezza autentica si riconosce da quanto spazio sa creare per gli altri. Chi ricopre un ruolo solido o sperimenta una stabilità lavorativa consolidata dovrebbe agire come custode dell'accoglienza, mettendo la propria esperienza al servizio della crescita collettiva, senza trasformarla in uno strumento di giudizio o di chiusura.

Ricominciare dalla sala docenti

La proposta, allora, è insieme umile e radicale: trattare la sala docenti come il primo laboratorio di democrazia della scuola. Prima delle classi, prima dei progetti sull'inclusione, prima delle giornate a tema, prima di ogni piano formativo istituzionale. Perché non possiamo insegnare la cooperazione praticando la competizione, né educare all'accoglienza mentre escludiamo una collega. Ogni istituto può cominciare da gesti concreti: un tutoraggio autentico e reciproco tra chi arriva e chi c'è da tempo, riunioni in cui la parola circola davvero, la scelta deliberata di valutare le idee per il loro valore e non per l'anzianità di chi le propone.

La scuola che sogniamo per i nostri bambini — democratica, inclusiva, capace di riconoscere il valore di ciascuno — comincia dalla porta della sala insegnanti. Aprirla, ogni mattina, è già un atto pedagogico.


Testo condivisibile e riproducibile, integralmente o in estratti, secondo lo spirito della cultura aperta. Si fa obbligo di citare l'autrice e la fonte originaria, avendo cura di rispettare il contesto argomentativo complessivo del saggio.

Questo saggio fa parte della sezione Pedagogia della Cura del blog.

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