Le parole che generano vita
di FabianaFrancesca Ceravolo
Quando chi ha portato le stellette e indossa la toga del mandato popolare dimentica che ogni frase pronunciata in pubblico è una lezione. Riflessione pedagogica sulla violenza del linguaggio e sull'urgenza di una cultura della cura.
Introduzione. Il clima che respiriamo
Ci sono giorni in cui l'aria del dibattito pubblico si fa irrespirabile. Non per il disaccordo - il disaccordo è la linfa della democrazia, ed è persino pedagogicamente fecondo - ma per la qualità del disaccordo: per il modo in cui le parole vengono scagliate anziché offerte, per la sostituzione dell'argomento con lo sfregio.
Nei giorni scorsi la cronaca politica italiana si è fermata su un video generato con l'intelligenza artificiale e rilanciato dai canali social dell'europarlamentare Roberto Vannacci: una scena in stile arena romana in cui l'autore, nei panni di un imperatore, ordina l'esecuzione di avversari politici riconoscibili, tra cui Elly Schlein e Giuseppe Conte. Le reazioni sono state immediate e severe: Giuseppe Conte ha parlato di «un messaggio che incita alla violenza e rischia di sobillare i più fanatici»; Laura Boldrini ha denunciato «l'imbarbarimento della politica»; Angelo Bonelli ha evocato la «spettacolarizzazione della violenza». Le reazioni non sono arrivate solo dalle opposizioni: anche dal centrodestra sono giunti segnali inequivocabili, come la netta presa di distanza di Letizia Moratti su LA7 «un video terrificante, da condannare. È inaccettabile» e le valutazioni di irritazione filtrate dalle stesse forze di governo. Segno che la soglia varcata non riguarda il colore politico, ma la tenuta democratica delle istituzioni. Vannacci ha replicato definendo il video «satirico e palesemente irreale» e accusando i critici di sovra reagire, spostando poi il discorso sugli scontri di piazza di Bologna.
Potremmo fermarci qui, e sarebbe l'ennesimo round. Un colpo, un contraccolpo, un titolo, un archivio. Ma proprio qui si apre il vuoto che ci interessa: nel fiume di indignazione che ha attraversato le cronache, quasi nessuno ha posto la domanda educativa. Non «chi ha ragione», ma: che cosa insegna tutto questo? Che cosa imparano, guardando, i quindicenni che scrollano un feed alle undici di sera? Che cosa impara un bambino che sente gli adulti chiamarsi «cornacchia» e «infame»?
Questo articolo non intende aggiungere una voce al coro dell'indignazione. Intende fare una cosa diversa e più scomoda: guardare il fenomeno con occhi di educatori, di chi è chiamato, è chiamata a “prendersi cura” dell’altro e dell’altra. Perché l'indignazione, da sola, non ha mai educato nessuno. E perché rispondere all'odio con l'odio significa semplicemente allungare la catena.
1. Il peso delle parole e la responsabilità dei ruoli
C'è una verità che ogni insegnante conosce nelle ossa: non educa ciò che diciamo, ma ciò che siamo mentre lo diciamo. Albert Bandura lo ha dimostrato con rigore sperimentale più di mezzo secolo fa: gli esseri umani apprendono per osservazione, per modellamento, per imitazione di figure che percepiscono come autorevoli o vincenti. Non serve che il modello ci istruisca. Basta che esista, che sia visibile, e che il suo comportamento appaia premiato dal contesto.
Questa è la ragione per cui il tema non è la libertà di espressione di un singolo cittadino. Un cittadino privato che pubblica una satira feroce compie un gesto che riguarda lui e la sua cerchia. Ma chi ha portato il grado di Generale - cioè ha esercitato per una vita l'autorità sopra la vita e la morte di altri esseri umani - e chi oggi porta il titolo di Onorevole al Parlamento Europeo non parla mai a titolo personale. Non può. Quei due titoli non sono decorazioni: sono investiture pedagogiche. Dicono a una comunità: quest'uomo è stato ritenuto degno di custodire qualcosa di più grande di sé.
«Onorevole» viene da honor: non un privilegio ricevuto, ma un onere assunto. Il titolo non descrive la persona, le assegna un compito. E il compito di chi rappresenta è tenere insieme, non tagliare in due.
Recentemente, Papa Leone XIV ha sintetizzato questa responsabilità con una formula folgorante: «Dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra». Non si tratta di un generico invito al buonismo, ma di un'urgenza geopolitica e pedagogica. Se chi ricopre ruoli guida ed esercita il potere pubblico sceglie di armare la lingua - trasformando l'avversario in un nemico da giustiziare simbolicamente -, legittima l'uso delle armi verbali nell'intero corpo sociale. Il disarmo culturale o comincia dalle vette dell'autorità o non comincerà mai.
Qui la fallacia educativa diventa nitida. Difendere un contenuto dicendo «è satira, è irreale» presuppone un destinatario adulto, ironico, capace di decodificare il registro. Ma la comunicazione pubblica di massa non ha destinatari selezionati. Ha destinatari reali: adolescenti che stanno costruendo il proprio repertorio di risposte al conflitto, ragazzi che stanno imparando in quel preciso momento cosa si fa quando qualcuno la pensa diversamente da te. Per un quattordicenne che sta formando il proprio schema di gestione del disaccordo, la distinzione tra ironia e istigazione è un'acquisizione fragile, tardiva, spesso assente. Non è colpa sua: è neurologia dello sviluppo.
Chi comunica ha la responsabilità del ricevente più vulnerabile, non del ricevente ideale. Questo non è moralismo: è il primo principio di qualsiasi deontologia educativa. Un chirurgo non si difende dicendo che il paziente era fragile.
E c'è un secondo livello, ancora più sottile. Edgar Morin ci ha insegnato che la conoscenza mutilata genera azione mutilata. La riduzione dell'avversario a bersaglio da arena è precisamente una mutilazione cognitiva: sopprime la complessità dell'altro, lo priva della sua storia, delle sue ragioni, della sua umanità irriducibile, e ne lascia solo una sagoma. È pedagogia della semplificazione: il contrario esatto del pensiero critico che la scuola fatica ogni giorno a costruire. Una lezione di storia di trenta ore sul Novecento può essere cancellata in nove secondi di reel.
Zygmunt Bauman aveva visto il meccanismo con lucidità: nella modernità liquida, dove i legami sono deboli e le identità precarie, il nemico diventa il collante più economico disponibile. Non serve costruire un progetto comune, faticoso e lento: basta indicare qualcuno da temere. È un legame a basso costo e ad altissimo interesse. E, come ogni debito, prima o poi viene riscosso - di solito da chi non l'ha contratto.
2. Oltre la politica di schieramento: la cura come scelta antropologica
Va detto con chiarezza, perché è il cuore di questo ragionamento: quanto scritto finora non appartiene a uno schieramento.
Sarebbe intellettualmente disonesto - e pedagogicamente inefficace - trasformare questa riflessione nell'ennesima tifoseria. Chi scrive non ignora che la brutalizzazione del linguaggio attraversa trasversalmente il campo politico italiano, né che la violenza di piazza sia un problema reale ovunque si manifesti, né che l'indignazione sia spesso selettiva, accendendosi in fretta contro l'avversario e ammutolendo davanti al proprio. Un'indignazione a intermittenza non è un'etica: è una tattica. E i ragazzi la riconoscono al primo sguardo - sono lettori spietati dell'incoerenza adulta.
Il criterio che proponiamo è di altro ordine, e per questo può essere condiviso anche da chi ha convinzioni opposte alle mie. È un criterio antropologico, e si formula in una sola domanda: questo gesto, questa parola, questa immagine, aumentano o diminuiscono la quantità di umanità riconosciuta nel mondo?
La Pedagogia della Cura - nella tradizione che va da Nel Noddings a Luigina Mortari, e che in Italia trova radici profonde nell'esperienza di Barbiana - non è tenerezza né buonismo. È una posizione teoretica precisa e persino severa: l'essere umano viene al mondo nella dipendenza e vi rimane per tutta la vita (Judith Butler). Nessuno di noi si è dato la vita, nessuno si è insegnato a parlare, nessuno guarirà da solo. La cura non è un supplemento gentile all'autonomia: è la condizione stessa che rende l'autonomia possibile.
Da questa evidenza discende una conseguenza politica dirompente: se siamo costitutivamente interdipendenti, allora la divisione dell'umanità in categorie - cittadini di serie A e di serie B, autoctoni e da "rimigrare", “normali” e “devianti” - non è soltanto ingiusta. È falsa. È un errore descrittivo prima che morale. Descrive male ciò che siamo.
Don Lorenzo Milani lo aveva compreso con quella radicalità che ancora oggi ci mette a disagio: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia.» Non è un'esortazione sentimentale. È una definizione tecnica della politica. Tutto ciò che divide l'umanità in gerarchie di dignità non è politica cattiva: per Milani, semplicemente, non è politica. È avarizia.
E Paulo Freire aggiunge il tassello decisivo per capire perché il linguaggio dell'arena sia così dangerous. La sua analisi della dialogicità mostra che ogni comunicazione umana è o dialogo o antidialogo. Il dialogo riconosce l'altro come co-soggetto di conoscenza: qualcuno da cui posso imparare qualcosa che non so. L'antidialogo lo riduce a oggetto: da conquistare, manipolare, dividere, eliminare. Freire elenca esplicitamente la divisione e la conquista tra gli strumenti dell'oppressione - e la mitizzazione del capo come suo motore.
Il punto cruciale, che troppo spesso sfugge: nell'antidialogo si disumanizzano entrambi. Freire è categorico su questo, ed è la sua intuizione più radicale. Chi opprime perde umanità esattamente come chi è oppresso, perché ha bisogno di negare la persona altrui per confermare la propria. È questa la ragione più profonda per cui non rispondiamo all'odio con l'odio: non per superiorità morale, ma perché lo specchio del rancore restituisce a chi vi si guarda l'immagine di ciò che dichiarava di combattere. Chi combatte l'arena costruendo un'arena ha già perso, qualunque cosa dica il pubblico.
C'è infine un dato che non possiamo permetterci di ignorare. La cronaca italiana registra da anni una crescita della violenza nelle relazioni - dentro le case, nelle scuole, sulle strade, contro le donne, contro i migranti, contro gli “stranieri”. La correlazione con l'imbarbarimento del linguaggio pubblico non è meccanica né dimostrabile con l'aritmetica: non esiste una freccia diretta da un post a un pugno, e sostenerlo sarebbe scorretto. Ma existe qualcosa di più profondo e più lento: il linguaggio disponibile in una comunità definisce ciò che in quella comunità è pensabile. Quando l'annientamento simbolico dell'avversario entra nel repertorio dell'ordinario, la soglia di ciò che appare tollerabile si sposta. Non di colpo. Di un millimetro alla volta. E i millimetri, sommati negli anni, diventano il pavimento su cui cammineranno i nostri figli.
Una parola non produce un colpo. Ma prepara il terreno in cui il colpo smette di sembrare impensabile. È un lavoro geologico, non balistico - e per questo è più difficile da vedere e più difficile da riparare.
3. L'inganno della finta identità cristiana e la fraternità del Vangelo
C'è un ultimo nodo, e per chi scrive è il più doloroso.
Da anni assistiamo a un'operazione che va nominata con precisione: l'uso dei simboli cristiani - il rosario, il crocifisso, il richiamo alle "radici" - come insegne identitarie di appartenenza, cioè come confini. Come segnali che dividono chi è dentro da chi è fuori.
È esattamente l'inversione del loro significato.
Il crocifisso non è la bandiera dei vincitori: è il segno di un uomo giustiziato dal potere religioso e politico del suo tempo, di un condannato che muore fuori dalle mura, tra i reietti. Brandirlo come emblema di superiorità civilizzatrice non è devozione. È, teologicamente parlando, la sua negazione più esatta. Se ne prende la forma e se ne rovescia il senso.
Il Maestro di Nazareth è stato accusato - è agli atti dei Vangeli - di mangiare con i pubblicani e i peccatori, di parlare in pubblico con una donna samaritana, di lasciarsi toccare da una donna considerata impura, di scegliere come protagonista esemplare di una parabola proprio uno straniero eretico, il Samaritano, l'unico che si ferma dove il sacerdote e il levita hanno tirato dritto. La sua provocazione centrale non è stata «amate i vostri»: quello lo fanno tutti, e lo dice esplicitamente. È stata «amate i vostri nemici». Non come sentimento - come decisione politica: rifiutare che esista una categoria di esseri umani verso cui l'obbligo di umanità decade.
Ecco perché una fede autentica è strutturalmente incompatibile con l'arena. Non per ragioni di galateo, ma perché nell'arena c'è sempre qualcuno che va eliminato, e nel Vangelo non c'è nessuno che vada eliminato. Sono due grammatiche che non si traducono l'una nell'altra.
La spiritualità francescana porta questa intuizione fino in fondo, e lo fa con una parola che oggi suona quasi rivoluzionaria: fratello, sorella. Francesco d'Assisi la usa per il lebbroso, per il sultano al-Malik al-Kāmil - che va a incontrare durante una crociata, disarmato, mentre l'Europa cristiana lo combatte - e persino per il fuoco, l'acqua, la terra. Non è poesia decorativa: è un'ontologia della relazione. Se tutto è fratello, è sorella, non esiste alcun luogo dove collocare il nemico. La categoria stessa, semplicemente, non ha più uno spazio in cui esistere.
Laudato si' e Fratelli tutti hanno tradotto questa intuizione medievale in un linguaggio contemporaneo, mostrando la connessione che l'ecopedagogia di Leonardo Boff aveva già intuito: chi disprezza la terra e chi disprezza il povero compiono lo stesso gesto. Ridurre l'altro - sia esso una foresta, un migrante, un avversario politico - a risorsa, problema o bersaglio è sempre la medesima operazione mentale. Cambia l'oggetto, non la struttura. C'è una continuità profonda tra il modo in cui trattiamo il pianeta e il modo in cui trattiamo chi non ci somiglia.
Da qui una domanda che rivolgo con rispetto sincero a chi si professa cristiano e pratica il linguaggio della sopraffazione - e la rivolgo anzitutto a me stessa, perché nessuno di noi ne è al riparo: da quale Vangelo proviene l'immagine dell'avversario incatenato nell'arena? In quale pagina il Maestro ordina un'esecuzione? Non è un'accusa. È una domanda che chiede una risposta, e resta aperta.
Il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et Spes, ha scritto parole che dovrebbero essere appese in ogni sede istituzionale: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo». Soprattutto dei poveri. Non soprattutto dei nostri.
Conclusioni. Seminare vita in abbondanza
«Sono venuto perché abbiano la vita, e l'abbiano in abbondanza.» In abbondanza - non centellinata, non riservata, non distribuita per merito o per nascita.
Questo è il criterio che propongo, e con cui vorrei chiudere. Non un criterio di parte: un criterio di misura. Davanti a ogni parola pubblica - la mia per prima, quelle dei miei alleati non meno di quelle dei miei avversari - poniamo una sola domanda: questa parola genera vita, o la restringe?
Non serve essere d'accordo su nulla, per usare questo metro. Serve solo aver deciso che l'umanità dell'altro non è negoziabile.
E allora, concretamente, cosa possiamo fare? Non attendere che il dibattito pubblico si purifichi da solo - non accadrà, e non è lì che si vince questa partita. La partita si gioca dove ci troviamo:
Nelle scuole. Insegnare il conflitto invece di reprimerlo. Il conflitto non è il problema - l'assenza di grammatica per attraversarlo lo è. Dibattiti in cui si è obbligati a sostenere la posizione che si detesta, fino a scoprire che ha delle ragioni. Educazione ai media che non sia un elenco di divieti, ma esercizio di smontaggio: chi ha prodotto questo contenuto, con quale tecnologia, per suscitare in me quale emozione, e a vantaggio di chi? Il coding e la robotica come alfabetizzazione critica al potere generativo delle macchine - perché un ragazzo che ha costruito un contenuto sintetico con le proprie mani non sarà mai più ingenuo davanti a quello di un altro.
Nelle famiglie. Sorvegliare il proprio linguaggio quando si commenta il telegiornale. I figli non ascoltano le nostre teorie sulla tolleranza: registrano il tono con cui nominiamo chi non ci piace. Quella è la lezione vera, ed è l'unica che resta.
Nelle comunità locali. Costruire luoghi dove le persone si incontrino prima di essere categorie: parrocchie, biblioteche, associazioni, campi sportivi. La disumanizzazione dell'altro richiede una condizione tecnica precisa - la distanza. Non regge mai a lungo alla prossimità concreta, al volto, al nome proprio. Chi ha condiviso un tavolo fatica molto a costruire un'arena.
Nel nostro stesso stile. Se scrivendo questo articolo avessi ceduto allo scherno, avrei semplicemente cambiato il bersaglio dell'arena, lasciandone intatta l'architettura. La coerenza tra il contenuto e la forma non è eleganza retorica: è tutto il contenuto. Il metodo è il messaggio, sempre - e in educazione, il metodo è l'unica cosa che i ragazzi imparano davvero.
Ho lavorato in Brasile e in Senegal, in contesti dove la fraternità non era un principio astratto ma la condizione materiale della sopravvivenza quotidiana. Ho visto comunità con pochissimo dividere quel poco, e ho visto il contrario. Ho imparato una cosa che porto con me: la disumanizzazione dell'altro comincia sempre da un aggettivo, molto prima di arrivare a un gesto. E la cura, allo stesso modo, comincia sempre da un nome pronunciato per intero.
Le parole costruiscono i mondi che poi siamo costretti ad abitare. Scegliamo con cura quali stiamo costruendo - perché ci vivranno i nostri figli, e la casa che consegniamo loro sarà fatta esattamente della lingua che avremo parlato.



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