Oltre l'Atlantico: la mia bussola pedagogica tra il Brasile e l'Italia
di FabianaFrancesca Ceravolo
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L'impatto con la terra brasiliana
Ci sono luoghi che non si limitano ad accoglierti: ti riscrivono. Il Brasile, per me, è stato questo — sette anni che non misuro in calendari ma in trasformazioni. Sono arrivata portando con me le categorie ordinate di chi si è formata in Europa, e la prima lezione che quella terra mi ha impartito è stata proprio la loro insufficienza.
Nova Xavantina mi ha insegnato le radici. In quella realtà del Brasile profondo, dove il Cerrado brasiliano si apre a perdita d'occhio e le distanze si contano in ore di strada rossa, l'accoglienza non è una virtù tra le altre: è la struttura stessa della via comune. Lì ho capito che prima di educare bisogna essere ricevuti, e che nessuna relazione pedagogica comincia davvero finché non si è accettato di essere ospiti. Goiânia mi ha mostrato l'altra faccia del Paese: una città giovane e dinamica, in perenne costruzione, dove l'università, i movimenti sociali e le periferie in crescita si contendono e si scambiano continuamente linguaggi. Indaiatuba, infine, nel cuore industriale dello Stato di São Paulo, mi ha messa di fronte alla complessità urbana e produttiva di un Brasile che lavora, migra, si affanna: famiglie operaie, ritmi di fabbrica, ragazzi sospesi tra opportunità e sradicamento e, lì accanto, la favela alle porte di Campinas.
Tre luoghi, tre Brasili, un'unica scoperta: il paesaggio non è lo sfondo dell'educazione, ne è parte. Chi educa a Xavantina non può farlo come a Indaiatuba, perché il tessuto sociale entra in aula prima ancora degli studenti. Lo sguardo di chi insegna, se è onesto, si lascia modificare da ciò che ha davanti, e il mio, in quegli anni, ha imparato a mettersi in discussione ogni volta che cambiava l'orizzonte.
La pedagogia vissuta sul campo
È in Brasile che ho conseguito la mia prima laurea in Pedagogia, ed è un dettaglio biografico che considero decisivo: non ho studiato la pedagogia brasiliana da fuori, l'ho studiata da dentro, nella sua lingua, nelle sue aule, dentro le sue contraddizioni. Lì Paulo Freire non è un capitolo di storia dell'educazione: è una grammatica quotidiana. La pedagogia della liberazione, la pedagogia della cura, la pedagogia della presenza non erano teorie da mandare a memoria per un esame, ma strumenti che vedevo funzionare — o fallire — nelle comunità, nei progetti sociali, nelle scuole di periferia.
Ho visto l'alfabetizzazione diventare riscatto, nel senso più letterale del termine: persone adulte che imparando a leggere imparavano a leggersi, a nominare la propria condizione e quindi a poterla cambiare. Ho visto educatori e educatrici che praticavano la presenza come scelta politica, restando dove altri se ne andavano, e ho capito che la cura dell'altro non è la versione sentimentale dell'educazione ma la sua forma più rigorosa: richiede competenza, costanza, capacità di leggere i contesti. In quegli anni la parola "educare" ha smesso per me di significare trasmettere e ha cominciato a significare accompagnare qualcuno mentre diventa soggetto della propria storia.
Ricordo un pomeriggio, al ritorno dall'università a Goiânia, sull'autobus che mi riportava in comunità. Era la solita vettura stipata, soffocante. A una fermata salì un gruppetto di meninos de rua, ragazzi e ragazze che vivono di espedienti e di asfalto. In un istante, la parte del mezzo dove mi trovavo si svuotò per il pregiudizio e la paura; le persone si accalcarono altrove, lasciandomi sola in uno spazio improvvisamente vuoto. In un millesimo di secondo ho pensato: “Me ne vado anch’io!” Ma un altro orizzonte si aprì davanti a me: “Che discepola del Maestro Gesù di Nazareth e futura pedagogista, docente, sarei se invece di accogliere e abbracciare l’altro, l’altra nella sua realtà, fuggo?” E rimasi lì! Accanto a me rimase un sedile libero, e uno di loro si sedette. Avevano in mano barattoli di plastica pieni di colla, che emanavano un odore chimico, acuto, insopportabile; avrei scoperto solo più tardi che la sniffavano per anestetizzare i morsi della fame. Guardai la persona seduta accanto a me e, semplicemente, le chiesi il nome. La sorpresa fu scoprire che dietro quegli abiti larghi da ragazzo si nascondeva una ragazza: "È una difesa per la strada, sai, qui vigono altre leggi", mi rispose, svelando la corazza necessaria a sopravvivere alla violenza. Un altro ragazzo del gruppo iniziò a provocarmi, ma il capetto lo azzittì immediatamente: "Stai zitto. Per una volta che incontriamo qualcuno che ci tratta da persone, portiamo rispetto". Poi, accorgendosi che stringevo gli occhi perché le esalazioni della colla mi stavano dando fastidio, ordinò ai compagni: "Chiudete i barattoli, che l'odore forte le fa male". Al momento di scendere, mi ringraziarono e mi chiesero se potevamo rivederci. Dissi che mi avrebbe fatto piacere e il capo, con la precisione di chi impara a calcolare ogni frammento di routine, replicò: "Domani ci rivediamo qui all'autobus, tu vai all'università tutti i giorni, no?". Il giorno dopo erano lì, puntuali, non per chiedere elemosina, ma per essere ascoltati e per ascoltare. Quell'autobus è stato la mia vera cattedra di pedagogia: lì ho capito che il rispetto non si impone, si genera restituendo dignità all'altro.
Ma la pedagogia sul campo è fatta anche di scontri con le strutture che dovrebbero, per mandato, incarnare quella cura. Durante una visita di alcune consorelle dall'Italia, notai che le suore brasiliane e la religiosa italiana che viveva con me avevano smesso di indossare le chinelos, le tipiche infradito che in Brasile sono l'estensione stessa del corpo e della cultura locale. Pensai a una coincidenza, finché una suora con ruoli di autorità, vedendomi arrivare con le infradito, mi ordinò seccamente di andare a cambiarmi. Le chiesi, con molta semplicità, perché quel giorno dovesse essere diverso, dato che le indossavo quotidianamente come segno di totale immersione nella cultura che ci ospitava. Non ci fu spazio per il dialogo: dovetti mettere i sandali. Chiedendo spiegazioni alla consorella brasiliana, ebbi una risposta che mi ferì: "Noi eravamo preparate, lei vuole così. Quando c'è lei non le mettiamo e stiamo tutte tranquille". Quell'obbedienza formale mi stonava dentro. Essere in missione — così come essere educatori — significa spogliarsi dei propri schemi, conoscere e fare propria la cultura che ci accoglie per poi, insieme, camminare verso un miglioramento. Se manca questo passaggio di incarnazione, non è missione: è colonialismo culturale. Ed è una postura drammaticamente lontana dalla visione evangelica del Maestro Gesù di Nazareth, dall'educazione dialogica di Freire e dall'"I Care" di don Milani.
Il ritorno e la sintesi in... Italia
Il ritorno in Italia non è stato un ritorno al punto di partenza, perché chi torna non è mai chi era partito
È stato in quel momento di frattura, quando sono uscita dalla congregazione, che ho avvertito un vuoto che esigeva una risposta
È in questa sintesi che è maturato il mio modo attuale di lavorare
Una bussola che indica l'altro
Se dovessi dire che cosa è rimasto, oggi, di quei stelle anni, direi: una bussola
La pedagogia che ho imparato attraversando l'Atlantico è un ponte, e come tutti i ponti regge soltanto se poggia su entrambe le rive



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