Sotto il banco: la pedagogia dello sguardo che accoglie e non giudica

 di FabianaFrancesca Ceravolo

Quando la scuola ha paura della meraviglia

C'è un gesto antico e silenzioso che la scuola compie ogni mattina, quasi senza accorgersene: quello di incasellare. Prima ancora di conoscere un bambino, gli prepariamo una casella. Prima ancora di ascoltare la sua voce, gli abbiamo già cucito addosso un'aspettativa. I maschi devono essere forti, veloci, un po' spavaldi; le femmine ordinate, dolci, composte. Sono griglie invisibili, eppure resistenti come sbarre, e cominciano a stringersi già nella prima infanzia, quando un bambino non ha ancora le parole per dire chi è, ma le ha già tutte per sentire quando qualcuno lo guarda con sospetto.

Il rischio è enorme, e quasi mai lo nominiamo: nel nostro bisogno adulto di ordine, finiamo per spaventare l'autenticità. Un bambino di tre anni non conosce gli stereotipi, non sa che un cerchietto "non si addice", che una bambola "è roba da femmine". Lo sa solo dopo, quando uno sguardo di troppo gli insegna la vergogna. E la vergogna, nei piccoli, non fa rumore: si nasconde. Si acquatta. Cerca un banco sotto cui sparire.

Il racconto: quel bambino sotto il banco

Ricordo una mattina come tante, nella scuola dell'infanzia. La classe si riempiva del solito brusio caldo, di zaini troppo grandi e voci acute. Ma sulla porta c'era un'ombra diversa. Un bimbo di tre anni, aggrappato alla mano della madre, gli occhi sgranati di puro terrore. In testa portava un cerchietto. Fra le braccia stringeva una bambola.

Non appena varcata la soglia, si è divincolato e ha fatto l'unica cosa che il suo piccolo cuore gli suggeriva: è corso a nascondersi sotto un banco. Si è rannicchiato lì, muto, stringendo la bambola come un naufrago stringe l'unico relitto rimasto a galla. Era convinto — ne era certo — che io, la maestra, l'adulta, l'autorità, sarei arrivata a togliergli tutto. Il cerchietto, la bambola, e con essi il diritto di essere sé stesso.

La madre era bloccata, angosciata. Mi guardava con quegli occhi che tante mamme conoscono: la vergogna e la tenerezza che si combattono, la domanda muta "che cosa devo fare del mio bambino?". Non sapeva più come fare. Temeva il giudizio. Temeva, forse, il mio.

Avrei potuto usare il ruolo. Avrei potuto chiamarlo con voce ferma, chiedergli di uscire, ristabilire l'ordine. Sarebbe stato più veloce. Sarebbe stato, agli occhi di molti, più "professionale". Non l'ho fatto.

Mi sono seduta a terra. Ho lasciato che la cattedra, il ruolo, la statura dell'adulta restassero fuori, e mi sono infilata sotto quel banco accanto a lui. Al suo livello. Sul suo pavimento. Nel suo mondo. E con la voce più dolce che avevo, gli ho sussurrato: "Che succede? Che bel cerchietto... e che bella bambola. Me la fai vedere? Mi fai giocare con te?".

Non dimenticherò mai quel momento. I suoi occhietti, ancora lucidi di lacrime, si sono fermati. Poi, lentamente, si sono illuminati. Le lacrime si sono asciugate da sole, come per incanto, perché non servivano più. Mi ha teso la bambola. Me l'ha mostrata con l'orgoglio timido di chi finalmente si sente al sicuro. E così, piano piano, siamo usciti insieme da sotto quel banco — non perché io l'avessi tirato fuori, ma perché ora aveva una mano da tenere. Siamo andati a giocare con gli altri. E la mamma, sulla porta, è tornata a respirare. È tornata a casa serena, finalmente.

L'analisi pedagogica: l'educazione che si fa carne

Che cosa è successo davvero, sotto quel banco? È successo che un bambino ha smesso di temere di essere condannato. In quel gesto minuscolo — sedermi accanto a lui — c'era una dichiarazione enorme: tu sei accolto tutto intero. Non una parte di te, non la parte "accettabile", ma tutto: il cerchietto, la bambola, la tua sensibilità, il tuo modo di stare al mondo. Nessuno, in quel momento, lo ha chiamato "femminuccia". Nessuno ha corretto la sua tenerezza come se fosse un errore di grammatica dell'anima.

Questo è l'esatto opposto di quella che Paulo Freire chiamava l'educazione depositaria: la scuola che tratta il bambino come un contenitore vuoto da riempire di regole, di conformità, di aspettative. L'educazione depositaria giudica, classifica, deposita. La pedagogia della cura, invece, ascolta, si abbassa, accoglie. Freire lo sapeva bene: non si educa dall'alto di una cattedra, ma nell'incontro, alla pari, dentro la relazione.

E c'è di più. Don Milani ci ha insegnato che la scuola vera è quella che non perde nessuno, che va a cercare l'ultimo, il più fragile, quello rimasto indietro — o, in questo caso, quello rannicchiato sotto un banco. "I Care", mi sta a cuore: non era uno slogan, era una postura del corpo e dell'anima. Sedersi sotto un banco è, letteralmente, prendersi cura. È l'educazione che si fa carne, che sa abitare l'imprevisto emotivo senza fuggirlo, che quando la vita irrompe fuori programma non chiama la regola in soccorso, ma la relazione.

Perché è questa la scelta di fondo, quella che si gioca in una manciata di secondi sul pavimento di un'aula: viene prima la regola o viene prima la persona? Restituire dignità a un bambino di tre anni — prima ancora che al buon ordine della classe — non è un cedimento. È il cuore stesso dell'atto educativo. È riconoscere, come ci ricorda ogni autentica spiritualità della fraternità, che ogni creatura porta in sei un valore che nessuna casella potrà mai contenere.

Scendere sotto il banco: un invito

A voi, docenti, che ogni giorno reggete il peso di classi numerose, di programmi, di aspettative: vi invito a ricordare che il gesto educativo più potente non è quasi mai quello che parte dalla cattedra. È quello che scende. Che si abbassa. Che raggiunge il bambino, la bambina non dove vorremmo che fosse, ma dove davvero si trova — anche se è rannicchiato al buio, anche se ha paura di noi.

A voi, genitori, che a volte temete lo sguardo del mondo sui vostri figli: la vostra tenerezza non è mai un problema da correggere. La sensibilità di un bambino non è una crepa da riparare, ma una luce da custodire.

Scendere sotto il banco significa avere il coraggio di spogliarsi del ruolo per salvare la relazione. Significa scegliere, ogni volta, la persona prima della regola.

E allora vi chiedo, qui, nei commenti: vi è mai capitato? C'è stato un momento in cui avete dovuto deporre l'autorità, il ruolo, la cattedra, per incontrare davvero un bambino — o una persona — lì dove si trovava? Raccontatemelo. Perché è da queste storie, sussurrate da “sotto i banchi” del mondo, che nasce una scuola capace di accogliere e non giudicare.

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