di FabianaFrancesca Ceravolo
Per anni mio padre è andato a messa la domenica e si è seduto sempre nell’ultimo banco.
Non era timidezza. Era il posto che si era assegnato da solo, la collocazione esatta che riteneva di meritare: dentro la chiesa, ma ai margini. Restava lì mentre gli altri si alzavano per la comunione, e guardava. Ogni domenica, per decenni, ha guardato altre persone ricevere qualcosa che riteneva di non poter più ricevere.
Comincio da qui perché tutto ciò che ho capito sull’educazione è cominciato da qui: dalla vista di un uomo buono convinto di essere escluso dall’amore.
Una separazione fatta con cura
I miei genitori si sono separati negli anni Ottanta, quando in Italia il divorzio era ancora una novità carica di vergogna sociale, e i figli dei separati portavano addosso un’etichetta silenziosa ma pesantissima. Eravamo casi. Nella percezione di molti — inclusa una certa cultura ecclesiale dell’epoca — eravamo bambini già segnati, quasi predestinati a una deriva.
Mio padre, il giorno in cui me lo disse, scelse una frase che non ho più dimenticato:
«Ci separiamo come marito e moglie, ma rimarremo sempre tua mamma e tuo papà.»
Non è una frase ovvia. È una distinzione teologica e pedagogica di enorme finezza, pronunciata da un uomo che stava soffrendo: il legame coniugale si può sciogliere, il legame generativo no. Mi stava dicendo che ciò che ero per loro non dipendeva da ciò che loro erano l’uno per l’altra. Mi stava mettendo al riparo dalla tentazione — che ogni figlio conosce — di sentirsi la causa di ciò che si è rotto.
Solo molti anni dopo ho scoperto il resto della storia. Mio padre concesse il divorzio a mia madre perché lei potesse risposarsi con il compagno da cui aveva avuto una figlia. Lo fece per amore, non per rassegnazione: scelse la felicità di lei accettando di rimanere solo con la propria ferita, senza raccontarlo a nessuno, senza usarlo mai come argomento contro di lei davanti a me.
E pagò quella scelta con l’unica cosa che gli restava di prezioso: il suo posto nella comunità dei credenti. Da quel momento si sentì “fuori”. Secondo i luoghi comuni: non poteva confessarsi, non poteva comunicarsi. L’uomo che aveva compiuto il gesto più evangelico della sua vita — dare la propria felicità perché un’altra persona potesse averne — si convinse di essersi allontanato da Dio.
Ecco l’ultimo banco. Ecco perché ci si sedeva.
La comunione senza permesso
Anch’io, da bambina, ho avuto il mio piccolo scandalo.
A dieci anni, durante un campeggio, mi misi in fila e feci la comunione senza aver completato la preparazione. Non fu una trasgressione: fu un impulso. Vidi tutti alzarsi, sentii che volevo esserci anch’io, e mi alzai.
Mia madre, quando lo seppe, si spaventò. Non per ragioni teologiche — per superstizione, per quella paura antica e diffusa che toccare le cose sacre senza le procedure giuste porti conseguenze. Ricordo bene il suo timore, e ricordo di aver cominciato a pensare di aver fatto qualcosa di grave.
Poi, a scuola, ne parlai con una suora. E lei mi guardò e disse una cosa semplicissima:
«Dov’è il problema? Era un desiderio bello ed era una chiamata. Non vivere nel senso di colpa.»
Sono passati decenni e sento ancora l’effetto fisico di quelle parole: qualcosa che si scioglieva nel petto. Quella donna avrebbe potuto fare la cosa formalmente corretta — spiegarmi la regola, sottolineare l’irregolarità, prescrivere un rimedio. Scelse invece di guardare l’intenzione prima dell’infrazione.
Non lo sapevo allora, ma ho ricevuto in quel momento la mia prima lezione di pedagogia della cura: davanti a una persona in crescita, la regola serve a proteggere il desiderio, non a mortificarlo.
A dodici anni ho detto che Dio non esiste
Poi mia madre rimase incinta del suo compagno, e la mia infanzia religiosa crollò.
Bisogna capire cosa stavo facendo in quel periodo: pregavo. Pregavo ogni giorno perché i miei genitori tornassero insieme. Avevo un’idea precisa di come funzionasse Dio — un Dio che, se glielo chiedi con abbastanza fede, sistema le cose. Un Dio dei miracoli su richiesta.
Quella gravidanza rendered la mia preghiera impossibile. Perché se Dio avesse esaudito me, quel bambino che stava per nascere — mia sorella — non avrebbe avuto la sua famiglia. Per accontentare me, Dio avrebbe dovuto far soffrire lei.
Mi dissi che Dio non esisteva, e per un periodo mi dichiarai atea.
Oggi, guardando quella ragazzina di dodici anni, vedo qualcosa di diverso da una perdita della fede. Vedo il primo atto morale pienamente mio: ho preferito rinunciare a Dio piuttosto che accettare un Dio ingiusto. Non ho rotto con Dio. Ho rotto con un idolo — l’immagine magica e infantile di un Padre che riorganizza la realtà a favore di chi prega meglio, calpestando qualcun altro.
Era, senza saperlo, un atto di purificazione. Quella bambina stava già cercando un Dio che non sacrifica nessuno. Semplicemente, non sapeva ancora che esistesse.
Un sogno, una suora radiosa, Assisi
A tredici anni feci un sogno che mi lasciò addosso un’urgenza precisa: andare a trovare le suore della mia scuola primaria, a Roma.
Ci andai. E lì incontrai una suora giovanissima, ventidue o ventitré anni, radiosa — di quella bellezza che non è questione di lineamenti ma di luce interna. Le feci la domanda che mi bruciava: come si fa a scegliere una vita così, a quell’età, rinunciando a tutto il resto?
Lei rispose senza retorica:
«C’è qualcosa di più grande che ti spinge. Devi trovare il vero progetto che porti dentro. E io sono felice.»
Non mi convinse di nulla. Mi restituì una domanda: qual è il progetto che porto dentro? È esattamente ciò che un educatore dovrebbe fare — non consegnare risposte, ma accendere la ricerca.
Fu lei ad accompagnarmi ad Assisi, per un corso vocazionale. E ad Assisi accadde la cosa che ha riorientato tutto.
Ho incontrato un Dio che non somigliava per niente a quello che avevo rifiutato a dodici anni. Un Dio che non contratta, non premia, non punisce, non chiede prestazioni spirituali. Un Dio Padre e Madre — perché la tenerezza materna è parte della sua natura, non un abbellimento poetico. Nel 1978, quando io ero bambina, Giovanni Paolo I aveva detto all’Angelus una frase che fece gridare allo scandalo alcuni teologi: «È papà; più ancora è madre.» Non lo sapevo, ma ad Assisi ho incontrato esattamente quel Dio.
Un amore gratuito. Che non condanna e non giudica. Che ama per quello che si è, non per quello che si è riusciti a essere.
La fede che è nata lì non è stata un ritorno all’infanzia religiosa. È stata una fede incarnata, adulta, capace di stare dentro la vita reale con le sue separazioni, le me gravidanze inattese, le sue famiglie ricomposte.
L’ultimo banco, finalmente vuoto
Passarono gli anni. Studiai, partii, vissi in Brasile, tornai.
E al mio rientro trovai mio padre nell’ultima stagione della sua vita, ancora seduto in fondo, ancora convinto di essere un uomo tollerato da Dio ma non amato.
Parlai con un prete illuminato. Poi accompagnai mio padre da lui.
Non so cosa si siano detti. So che mio padre uscì da quel colloquio in lacrime, si inginocchiò accanto a me e disse:
«Ho sempre pensato che Dio ce l’avesse con me. E invece ha continuato ad amarmi.»
Si confessò. Fece la comunione. Quella domenica, dopo decenni, ritrovò la pace.
Il sabato successivo si allettò. Nel giro di pochi giorni se ne andò — verso quell’Amore che non aveva mai dubitato di lui, e che lui aveva passato una vita a credere di aver perduto.
Ho pensato molte volte a quel tempismo. Come se avesse avuto bisogno di sapere, prima di partire, di essere sempre stato amato. Come se la vita gli avesse concesso, all’ultimo, la sola cosa che gli era mancata: non il perdono — di quello non aveva davvero bisogno — ma il permesso di sentirsi degno.
La valle di Acòr
C’è un versetto del profeta Osea che porto con me da anni:
«Trasformerò la valle di Acòr in porta di speranza.» (Os 2,17)
Bisogna sapere cos’era la valle di Acòr per capire la portata di quella promessa. Nel libro di Giosuè è il luogo del disastro, dove la comunità lapida il colpevole. È il posto della condanna collettiva, il fondo della vergogna: il nome stesso significa sventura, turbamento.
E Dio dice: da lì farò passare la speranza. Non altrove. Non aggirando quel luogo. Proprio da quella valle, proprio da quel punto di dolore, aprirò una porta.
Questa è la struttura profonda della Pedagogia della Cura, e il motivo per cui ho voluto raccontarvi tutto questo prima di qualunque teoria.
Io sono stata una bambina etichettata. Ho visto mio padre passare una vita ai margini di una comunità per un gesto d’amore che nessuno aveva capito. Ho attraversato l’ateismo per liberarmi da un Dio troppo piccolo. E da ognuno di quei passaggi non è nata una rivendicazione: è nato uno sguardo.
Perché chi è stato guardato male impara, se ha fortuna, quanto pesa uno sguardo. E se ha ancora più fortuna — se incontra una suora che gli toglie il senso di colpa, un padre che protegge il legame mentre il matrimonio si dissolve, un sacerdote che sa dire “sei amato” — impara che quel peso si può usare al contrario.
Ogni volta che entro in classe e incontro un allievo che si è già assegnato l’ultimo banco — perché la sua famiglia è complicata, perché qualcuno gli ha fatto capire che vale meno, perché ha commesso un errore e crede che quell’errore ormai sia il suo nome — io so cosa sto guardando. So che quella è una valle di Acòr. E so, per esperienza personale, che può diventare una porta.
Non è ottimismo. È l’unica cosa seria che ho imparato: nessuno viene fuori dalla propria ferita da solo, ma nessuna ferita è l’ultima parola su una persona.
La cura non cancella il dolore. Gli cambia destinazione.
E tu?
Ognuno di noi ha una valle di Acòr — un luogo della propria storia che a lungo abbiamo considerato solo una perdita, e che forse è diventato il punto da cui sappiamo guardare gli altri con più verità.
Qual è la tua? C’è stato qualcuno che ti ha guardato in un modo che ti ha rimesso in piedi — una maestra, un genitore, un prete, un amico? Oppure sei tu, oggi, a essere quello sguardo per qualcuno?
Raccontamelo nei commenti. Ho l’impressione che questo blog abbia senso solo se diventa un luogo dove queste storie si incontrano.
Nel prossimo articolo vi racconto cosa accadde qualche anno dopo, quando toccò a me decidere se ero capace di guardare così qualcuno che mi aveva fatto del male.
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