Disarmare il bullismo: la Pedagogia della Cura per ricucire il patto educativo
da FabianaFrancesca Ceravolo
Nell’articolo precedente ho raccontato la mia valle di Acòr: una famiglia separata negli anni in cui separarsi era una colpa, un padre convinto di essere fuori dall’amore di Dio, e le persone che a un certo punto mi hanno guardata in un modo che mi ha rimessa in piedi.
Quello che non ho raccontato è cosa accadde quando toccò a me.
Perché essere guardati con amore è una grazia. Guardare così qualcuno che ti ha fatto del male è tutta un’altra faccenda.
Quello che è successo
Avevo quattordici o quindici anni e frequentavo ragioneria. Ero rappresentante di classe.
Un giorno alcuni compagni mi aggredirono fisicamente.
Scrivo questa frase con la stessa asciuttezza con cui l’ho vissuta, perché il corpo, in quei momenti, registra prima della mente. Non ricordo tutte le parole. Ricordo la sproporzione: l’essere in pochi contro una, la sensazione precisa di non poter fare niente, l’umiliazione che arriva dopo la paura e che, in un certo senso, dura più a lungo del dolore fisico.
Voglio essere onesta su una cosa, perché altrimenti tutto il resto di questo articolo suonerebbe falso: la mia prima reazione non fu il perdono. Fu la rabbia. Fu il desiderio, molto nitido, che pagassero. Chiunque racconti una storia come questa saltando questo passaggio sta costruendo un’agiografia, e le agiografie non insegnano niente a nessuno.
Poi arrivò il consiglio di classe, e con esso una scoperta scomoda: la vendetta era a portata di mano. Era anzi la strada più semplice, più legittima, più applaudita.
La punizione era già pronta
Il consiglio si orientava verso provvedimenti severi. Si parlava di bocciatura, di sanzioni esemplari. E c’era una logica in tutto questo: era accaduto un fatto grave, l’istituzione doveva rispondere, e io ero la parte lesa. Bastava che confermassi.
Mi trovai davanti a una domanda che allora non avrei saputo formulare così, ma che sentivo con chiarezza: cosa voglio che accada davvero a queste persone?
Non “cosa si meritano”. Quello lo sapevo. Cosa voglio che accada.
E la risposta fu che bocciarli non avrebbe restituito niente a me e avrebbe tolto qualcosa a loro. Li avrebbe rimossi dal problema anziché affrontarlo. Avrebbe consegnato a ciascuno di loro una definizione di sé — quelli che hanno aggredito una compagna e sono stati cacciati — abbastanza forte da accompagnarli per anni.
Non sono la persona giusta per stabilire cosa succede nell’animo di un ragazzo che picchia. Ma qualcosa lo avevo intuito: nessuno aggredisce per abbondanza. Si aggredisce per mancanza. Dietro quei gesti c’era una fragilità che non conoscevo e che nessuno, in quella scuola, si era mai preso la briga di guardare.
Così, da rappresentante di classe, chiesi qualcosa di diverso. Chiesi che si smettesse di ragionare solo in termini di punizione e che si cominciasse ad ascoltarli.
Non fu una posizione comoda. Chiedere clemenza per chi ti ha aggredito viene facilmente letto come debolezza, o peggio come una forma di complicità con il male subito.
Cosa NON significa guardare con amore
Qui devo essere precisa, perché è il punto in cui la Pedagogia della Cura viene fraintesa più spesso — e il fraintendimento è pericoloso.
Guardare con amore non significa dire che va bene.
Non ho minimizzato. Non ho detto che non era successo niente, che erano ragazzate, che in fondo non volevano. Ho preteso che il fatto fosse nominato per quello che era: un’aggressione, grave, inaccettabile. Chiedere ascolto per gli aggressori non significa negare l’aggressione — significa rifiutarsi di credere che quel gesto esaurisca chi lo ha compiuto.
La distinzione è antica e ha una precisione quasi chirurgica:
L’errore va nominato, denunciato e corretto. La dignità della persona va salvata sempre.
Confondere i due piani produce due deformazioni opposte, entrambe disastrose in educazione:
Il buonismo: per amore della persona si tace sul male, si smussa, si “capisce” tutto. È una falsa cura, perché priva chi ha sbagliato dell’unica cosa che potrebbe farlo crescere — la verità sul proprio gesto. Un ragazzo a cui non viene detto che ha fatto male a qualcuno non ha ricevuto un dono: gli è stata negata la possibilità di rispondere di sé.
Il giustizialismo educativo: per condannare il male si condanna la persona, si sovrappongono gesto e identità, si sanziona per riaffermare l’ordine più che per rimettere in cammino qualcuno. Anche questa è una scorciatoia, e ha il vantaggio di sembrare rigorosa.
La strada stretta è tenere insieme le due cose: severità assoluta sui fatti, misericordia assoluta sulle persone. È faticosa perché richiede di rimanere in relazione con chi ci ha ferito, invece di espellerlo dal nostro orizzonte.
La ragazza
Con una delle ragazze coinvolte accadde qualcosa che non avevo previsto.
Ci parlammo. Non subito, non facilmente. Ma ci parlammo davvero, e a un certo punto quella conversazione smise di essere un chiarimento e diventò un incontro. Vidi cosa c’era dietro — la sua storia, le sue mancanze, ciò che la spingeva a essere aggressiva prima di essere raggiunta.
Ci riconciliammo. Non nel senso educato del termine: nel senso pieno. Qualcosa fu davvero ricucito.
Ho impiegato anni a capire da dove mi fosse venuta quella capacità, e la risposta non è merito mio. Mi era venuta da ciò che avevo ricevuto. Chi ha sperimentato di essere amato gratuitamente — non per i propri risultati, non per la propria correttezza, ma per il fatto di esistere — ha a disposizione una risorsa che gli altri devono conquistare a fatica: può permettersi di non far dipendere il valore di una persona dal suo comportamento peggiore.
Non è generosità. È aritmetica interiore. Se il mio valore non dipende dalle mie prestazioni morali, non dipende nemmeno il tuo.
Perché questo riguarda ogni docente
Ho raccontato una storia in cui ero un’adolescente, non un’insegnante. Ma è esattamente la storia che mi torna in mente ogni volta che, in un consiglio di classe, si affronta un caso di bullismo — e sono ormai molti anni che ci siedo dall’altra parte del tavolo.
Quello che ho visto, in questi anni, è che le scuole reagiscono al bullismo quasi sempre con due mosse: la sanzione e la procedura. Sono entrambe necessarie. Nessuna delle due, da sola, ricuce niente.
La sanzione dice al gruppo che esiste un limite: serve, e va applicata con fermezza, perché una comunità che non protegge chi subisce è una comunità che autorizza chi aggredisse. Ma la sanzione, per sua natura, chiude un procedimento. Non apre un cammino.
La procedura protegge l’istituzione e garantisce che le cose siano fatte come si deve. Ma nessun protocollo ha mai trasformato un ragazzo violento in un ragazzo capace di stare con gli altri. A trasformarlo, se accade, è qualcuno che si è preso la briga di guardarlo dopo, quando non era più il caso da gestire ma una persona da recuperare.
Ecco perché insisto su un principio che a qualcuno suonerà scomodo: la persona viene prima delle istituzioni, dei confini e della burocrazia sanzionatoria.
Non significa che le istituzioni siano un ostokolo. Significa che esistono per servire le persone, e che quando l’ordine dei fattori si inverte — quando proteggiamo la procedura anziché il ragazzo — abbiamo perso il senso del nostro mestiere, anche se tutti i verbali sono in regola.
Ricucire il patto educativo, in una classe attraversata dal bullismo, richiede tre movimenti insieme:
Proteggere chi ha subìto. Sempre, per prima cosa, senza ambiguità. Nessuna pedagogia della riconciliazione può essere chiesta a una vittima come dovere. Io scelsi liberamente; se qualcuno me lo avesse imposto, sarebbe stata una seconda violenza.
Nominare il male. Con chiarezza, davanti al gruppo, senza attenuanti retoriche. Il gruppo deve sapere che ciò che è accaduto è stato riconosciuto.
Restituire un futuro a chi ha sbagliato. Non un condono: un cammino. Con richieste precise, riparazioni concrete, adulti che accompagnano. Un ragazzo che ha fatto del male ha bisogno di sapere due cose contemporaneamente — che quello che ha fatto è grave, e che non è finito.
Quello che ho imparato
A quindici anni non avevo nessuna teoria. Avevo solo una intuizione, e mi sembrava perfino ingenua: che una punizione cieca avrebbe chiuso una partita senza guarire nessuno.
Oggi so che quella intuizione ha un nome e una lunga tradizione, e che si può insegnare. Ma so anche che non è una tecnica: è una conseguenza. Si guarda l’altro con gli occhi dell’amore quando si è stati guardati così. Ed è per questo che il nostro lavoro di educatori è più decisivo di quanto ci raccontiamo.
Ogni volta che restituiamo dignità a un ragazzo che ha sbagliato, non stiamo solo salvando lui. Stiamo mettendo in circolo la capacità che un giorno lui avrà di salvare qualcun altro.
La cura è contagiosa. Come, purtroppo, lo è il suo contrario.
E tu?
Ti è mai capitato, a scuola o nella vita, di dover scegliere tra la punizione che era giusta e l’ascolto che era necessario? Come è andata?
E se sei un docente: nella tua esperienza, cosa ha funzionato davvero con un ragazzo che aveva fatto del male a un compagno? Cosa avresti voluto poter fare, e non hai potuto?
Scrivimelo nei commenti. Su questi temi non esistono ricette, ma esistono esperienze — e mettere in comune le esperienze è già una forma di cura.


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