Lo sguardo che si mette in ginocchio
da FabianaFrancesca Ceravolo
Nessuno diventa docente il giorno in cui riceve una nomina. Si diventa docenti molto più tardi, e ogni volta da capo: in quei minuti scomodi in cui una regola scritta e un volto reale non coincidono, e bisogna decidere a chi dare ascolto.
C’è una convinzione tenace che circola dentro e fuori la scuola: che insegnare significhi somministrare un programma. Consegnare contenuti, misurare risultati, restituire un numero. Leggere, scrivere, far di conto. È una convinzione rassicurante, perché rende il mestiere prevedibile. Ma chi sta in aula sa che la parte decisiva del lavoro accade altrove: nello spazio sottile e quotidiano in cui un allievo capisce se, in quell’aula, la sua dignità è al sicuro.
Questo spazio ha un nome: alleanza pedagogica. Non è un metodo, non è una tecnica da manuale. È un patto, spesso non scritto e talvolta nemmeno pronunciato, tra chi insegna e chi apprende: io ti vedo per come sei, non per come dovresti essere; e tu puoi fidarti del fatto che continuerò a vederti anche quando sbagli.
Voglio raccontare due momenti in cui quel patto è stato messo alla prova. Non per denunciare nulla né per giudicare nessuno - chi lavora nella scuola conosce la fatica di tutti - ma perché credo che il mestiere si impari così: guardando da vicino i punti in cui si è rischiato di perderlo.
Francesco, o dell’umiltà del perdono
Francesco aveva dentro una vulcanità interiore. Non è cattiveria, non è capriccio: è energia che preme, che cerca una via d’uscita e che, se non la trova, esplode nel modo sbagliato. Chi insegna nella scuola primaria conosce bene questi bambini: intelligenti, generosi, e attraversati da una tensione che il loro corpo non riesce ancora a contenere.
Avevamo un accordo. Bastava un cenno della sua mano: Francesco si alzava, usciva qualche minuto in cortile, camminava, respirava, lasciava che la pressione si abbassasse. Poi rientrava. Nessuno lo aveva scritto in un regolamento. Era un patto tra noi due, sotto il mio sguardo attento - non un permesso di fuga, ma un dispositivo di regolazione. Un modo per insegnargli, senza dirglielo, a riconoscere il proprio limite e a prendersene cura prima che diventasse un danno.
Questo è ciò che chiamo ascolto del limite: non l’indulgenza verso il difetto, ma il riconoscimento che ogni allievo ha una soglia, e che il compito dell’educatore è accompagnarlo a conoscerla, non punirlo per averla.
Poi qualcosa si è incrinato. Chi osservava da fuori vedeva soltanto un bambino che usciva dall’aula mentre gli altri restavano seduti. Vedeva un’eccezione, e le eccezioni fanno rumore. Cominciò a farsi sentire la pressione a uniformarsi: la regola è uguale per tutti, non si possono fare differenze, che esempio è. Argomenti comprensibili, se si guarda solo la forma. Devastanti, se non si conosce il patto che quella forma stava proteggendo.
E io ho ceduto. Un giorno, per un istante, quando Francesco mi ha cercata con gli occhi, gli ho detto di restare al banco.
Non ricordo cosa abbiamo fatto in quell’ora. Ricordo il suo sguardo. Un bambino non protesta quando l’adulto tradisce un patto: si spegne, e basta. Incassa in silenzio, perché ha imparato che l’adulto ha sempre ragione.
Ho capito la portata di quel gesto qualche giorno dopo, durante un colloquio. Sua madre mi raccontò che aveva pianto tutto il fine settimana, e a un certo punto le aveva detto: «Ora proprio nessuno mi vuole più bene, neanche la maestra Fabiana.»
Ci sono frasi che ti riorganizzano il mestiere.
Non pensavo di aver commesso un’infrazione disciplinare. Avevo semplicemente applicato la regola. Ma le regole, quando smettono di essere al servizio delle persone, diventano rumore che copre le voci. Ero stata, per un momento, un’insegnante impeccabile e un’educatrice assente.
La mattina seguente sono entrata in classe e sono andata da lui. Mi sono inginocchiata - fisicamente, all’altezza dei suoi occhi, perché certe cose si dicono solo da lì - e gli ho chiesto scusa. Gli ho detto che avevo sbagliato, che avevo rotto il nostro accordo, e che l’accordo restava valido.
Mi ha abbracciata. Come si abbraccia qualcuno che è tornato.
Ho imparato quel giorno che l’autorevolezza non si difende con la rigidità: si costruisce con la verità. Un docente che sa dire ho sbagliato non perde autorità, la fonda. E insegna, senza una parola di lezione, la cosa più difficile da trasmettere: che si può sbagliare e restare degni di amore.
Carl Rogers lo aveva detto con altre parole: nella relazione educativa, ciò che cura non è la tecnica ma l’autenticità di chi la abita. Non la maschera del ruolo - la persona dentro il ruolo.
Federico, o del coraggio del dissenso
Anni dopo, un’altra scuola, un’altra età, un altro ragazzo.
Federico era finito al centro di una riunione di valutazione. Il suo comportamento aveva creato problemi, e la proposta che circolava era chiara e condivisa: abbassargli il voto di condotta. Un sette. Un numero piccolo, formalmente lecito, che pesa come una sentenza sul futuro percepito di un adolescente.
Ho chiesto la parola sapendo di essere sola. Non per spirito di polemica, non per mettere in difficoltà colleghi che stimavo e che stavano facendo, in coscienza, il loro lavoro. Ma perché quello che stavo per firmare non corrispondeva a quello che avevo visto.
Nelle mie ore Federico era partecipe. Reattivo, curioso, collaborativo. Leale con i compagni - e la lealtà, in un adolescente, non è un dettaglio caratteriale: è un principio morale in formazione. Firmare quel sette avrebbe significato dichiarare che la mia esperienza di lui non era mai esistita. Avrebbe significato tradire, sulla carta, la verità di una relazione educativa.
Perché è questo il punto della valutazione, e spesso lo dimentichiamo: valutare non è certificare un’impressione condivisa, è assumersi la responsabilità di ciò che si è visto davvero. Una valutazione etica non descrive un allievo - descrive un incontro. E se l’incontro è stato buono, negarlo è una forma di menzogna.
Ho chiesto che il mio parere contrario fosse messo per iscritto a verbale.
Non l’ho fatto per marcare una distanza dai colleghi. L’ho fatto perché quel foglio sarebbe rimasto. Perché un giorno Federico, o la sua famiglia, avrebbero potuto leggerlo e sapere che in quell’edificio c’era stato uno sguardo che lo aveva visto per intero. Che il suo impegno era stato registrato da qualcuno. Che non era solo l’etichetta che stava rischiando di diventare.
Don Milani scriveva che non c’è nulla di più ingiusto che fare parti uguali fra disuguali. È una frase che si cita spesso e si pratica di rado, perché praticarla costa: costa esporsi, costa restare soli in una riunione, costa accettare che la propria posizione venga letta come intralcio. Ma è esattamente lì che si misura la responsabilità della cura.
Il filo rosso
Le due storie sembrano lontane: un bambino che chiede di uscire in cortile, un adolescente giudicato da un consiglio. Le tiene insieme una sola domanda: quando la procedura e la persona non coincidono, da che parte sto?
In entrambi i casi la risposta non è stata eroica. È stata scomoda. Nel primo ho dovuto riconoscere di aver sbagliato; nel secondo ho dovuto sostenere una posizione impopolare. Nessuna delle due cose somiglia a ciò che immaginiamo quando pensiamo all’insegnante ideale. Ed è probabilmente per questo che entrambe sono state, per me, momenti di formazione più che di azione.
Paulo Freire ripeteva che nessuno educa nessuno, e nessuno si educa da solo: gli uomini si educano insieme. Non era una formula gentile. Significa che l’aula è un luogo di reciprocità, e che l’allievo non è materiale da modellare ma soggetto che ci modella. Francesco mi ha insegnato l’umiltà. Federico mi ha insegnato il coraggio. Nessuno dei due sapeva di starmi insegnando qualcosa.
Lo sguardo educativo è precisamente questo: la capacità di vedere in un allievo non solo ciò che fa, ma ciò che sta cercando di diventare - e di trattarlo, già ora, all’altezza di quella possibilità.
A chi entra in aula ogni mattina, a chi è stanco, a chi si sente stretto tra circolari e fatica, vorrei dire soltanto questo: la parte del nostro mestiere che resterà nella vita dei nostri allievi non è quasi mai quella che finisce nel registro. È il momento in cui ci siamo inginocchiati per guardarli negli occhi. È la volta in cui abbiamo detto no perché avevamo visto qualcosa che gli altri non vedevano.
Educare non è conformarsi, e non è punire. È avere il coraggio di mettersi alla misura dello sguardo di chi ci sta davanti.
È l’atto più umano che conosca.
Per approfondire: Paulo Freire, Pedagogia degli oppressi e Pedagogia dell’autonomia; Lorenzo Milani e la Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa; Carl R. Rogers, Libertà nell’apprendimento.



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