Scusami, Dio: quando la fede smette di essere magia

 di FabianaFrancesca Ceravolo — Pedagogia della Cura


Perché contestare il Dio del catechismo può essere il primo atto di una fede adulta

  1. L'inganno di una religiosità "da servizi sacri"

C'è un momento, nella vita di molti credenti, in cui si scopre che il Dio ricevuto in eredità non regge il peso della vita reale. È un momento scomodo, quasi sempre solitario, spesso vissuto con senso di colpa. Eppure è lì, in quella crepa, che comincia qualcosa di serio.

Un brano come "Scusami Dio" di J-Ax ha il merito di dire ad alta voce ciò che molti pensano in silenzio: quel gesto di rivolgersi a Dio in tono di scusa — a metà tra la confessione, il rimprovero e la resa dei conti — è il gesto di chi è cresciuto dentro un immaginario religioso e a un certo punto ha smesso di riconoscersi in esso. Non è la voce di chi non ha mai creduto. È la voce di chi ha creduto in qualcosa e ha scoperto che quel qualcosa non lo reggeva più.

E qui va detto con franchezza: molto spesso non è Dio a essere in crisi. È la caricatura di Dio che ci è stata consegnata.

La caricatura suona più o meno così. Un Dio che tiene i conti. Un Dio che premia i bravi e punisce i cattivi con una contabilità precisa, quasi ragionieristica. Un Dio che si commuove se reciti le preghiere giuste nel numero giusto, e si offende se salti la messa. Un Dio, soprattutto, che funziona a gettoni: metti dentro la devozione, esce la grazia. Non ha funzionato? Evidentemente non avevi abbastanza fede.

È un'immagine infantile — nel senso tecnico, non offensivo, del termine: è l'immagine adatta a un bambino di otto anni, che ha bisogno di categorie semplici per orientarsi nel mondo. Il problema non è che venga proposta ai bambini. Il problema è che a molti non venga proposto altro per i successivi sessant'anni.

E accanto a questo Dio-distributore-automatico, si struttura una Chiesa che rischia di ridursi a erogatrice di servizi sacri: sportello per battesimi, cresime, matrimoni e funerali. Un'istituzione che si misura in pratiche svolte, moduli firmati, sacramenti amministrati. Un'organizzazione efficiente nel gestire i passaggi rituali della vita e stranamente muta davanti alle ferite che quella stessa vita produce: la depressione, il fallimento, la separazione, la dipendenza, il lutto che non passa, la domanda che non trova risposte.

Quando un ragazzo o una ragazza arriva in oratorio con una ferita vera e riceve in cambio una formula, si consuma un piccolo tradimento pedagogico. Non gli si è mentito. Gli si è consegnato qualcosa di troppo piccolo per la sua vita.

Ecco perché contestare questa immagine di Dio non è ateismo, e non è ribellione sterile. È esattamente il contrario. È l'atto di chi prende Dio abbastanza sul serio da rifiutarsi di ridurlo a un idolo funzionale. È, per usare una categoria pedagogica, un passaggio di soglia: quello in cui il soggetto smette di ricevere passivamente un contenuto e comincia a interrogarlo. Paulo Freire lo chiamerebbe il momento in cui la coscienza smette di essere "ingenua" e diventa "critica". Don Milani direbbe, più bruscamente, che l'obbedienza non è più una virtù quando impedisce di capire.

C'è una differenza abissale tra il bestemmiare per rabbia e il contestare per fame di verità. La seconda è già preghiera, anche quando non sa di esserlo.

  1. Dio Padre/Madre: una presenza che custodisce, non che manipola

Se togliamo l'idolo, cosa resta?

Resta un volto molto più difficile da maneggiare — e molto più bello. Il volto di un Dio Padre e Madre: non due divinità, ma un unico mistero che la nostra lingua fatica a dire con una sola parola, e che la tradizione biblica ha sempre raccontato con immagini materne quanto paterne — il grembo, il seno, le viscere di misericordia, la madre che non dimentica il figlio, il padre che corre incontro senza chiedere spiegazioni.

Questo Dio ha una caratteristica sconcertante: non si sostituisce all'umano.

Non decide al posto nostro. Non ci scavalca. Non entra nelle nostre scelte per correggerle a nostra insaputa. Non usa la paura come leva, la minaccia come pedagogia, il senso di colpa come metodo di controllo. Non ricatta. Non condiziona la nostra libertà, perché la nostra libertà è il suo dono più costoso e Lui non riprende ciò che ha dato.

Sembra poco. È tutto.

Perché il ricatto morale — "se non fai questo, Dio ti punirà", "se ti succede questo, è perché non hai pregato abbastanza" — non è un linguaggio religioso: è un linguaggio di potere travestito da religione. È la tecnica di chi ha bisogno di persone spaventate per governarle. E qui la Pedagogia della Cura ha qualcosa di netto da dire: la paura non educa. Mai. La paura addestra. Produce conformità esteriore e vuoto interiore. Genera adulti che sanno cosa devono fare e non sanno più chi sono.

Il Dio del Vangelo lavora in un altro modo. Resta accanto. È la postura dell'accompagnamento: cammina al passo dell'altro, non davanti a trascinare né dietro a spingere. È il Gesù di Emmaus che si affianca a due discepoli delusi, in fuga, che stanno andando dalla parte sbagliata — e non li corregge subito. Prima chiede: di che cosa state parlando? Prima ascolta. Prima lascia che raccontino la loro versione, comprese le loro amarreze.

Questa è cura: il rispetto della dignità dell'altro come punto di partenza non negoziabile. Non "ti salvo malgrado te", ma "ti restituisco a te stesso". Non "decido io cosa ti serve", ma "ti rilancio la tua responsabilità, perché tu sei capace".

Leonardo Boff parlerebbe di una relazione che non domina ma custodisce. Francesco d'Assisi, con il suo linguaggio fraterno, direbbe che nessuna creatura è pedina di nessuno: sono tutte sorelle. E il Concilio Vaticano II lo ha scritto in modo che oggi risulta ancora sorprendentemente radicale, riconoscendo che la persona umana ha una dignità che nessuna autorità, nemmeno religiosa, può comprimere in nome di un bene superiore.

Un Dio che manipola non sarebbe Padre. Sarebbe un sovrano. E noi non saremmo figli: saremmo sudditi.

  1. Il capovolgimento: la "volontà di Dio" non è un copione già scritto

Arriviamo al punto più delicato, quello che ha fatto più danni nella vita concreta delle persone.

"È la volontà di Dio."

Quante volte questa frase è stata usata come un sigillo su una ferita che nessuno voleva guardare. Come spiegazione di una malattia. Come giustificazione di un abuso di autorità. Come invito a smettere di fare domande. Come anestetico.

In questa versione, la volontà di Dio è un destino già scritto senza di noi, un copione consegnato prima della nostra nascita, di cui saremmo semplici interpreti. Il nostro compito sarebbe indovinarlo e non sbagliare battuta. Chi soffre, evidentemente, era previsto che soffrisse.

Va detto senza mezzi termini: questa non è teologia, è fatalismo. E il fatalismo è, pedagogicamente, il contrario della fede: chiude il futuro invece di aprirlo, disattiva la responsabilità invece di attivarla. Freire direbbe che è la forma perfetta di coscienza fatalista, quella che rende le persone incapaci di leggersi come soggetti di storia.

La volontà di Dio, letta dentro la Pedagogia della Cura, va capovolta. Non è un contenuto già deciso da eseguire. È un dono di discernimento.

Qui entra in scena una parola antica e potentissima: Ruah. Il Soffio. Lo Spirito. In ebraico è un sostantivo femminile — un dettaglio linguistico che non è un dettaglio, perché ci ricorda che il divino non si lascia rinchiudere nelle nostre categorie di genere e di potere.

La Ruah non sceglie al posto nostro. Non ci dispensa dalla fatica di decidere. Non è un navigatore satellitare che dice "svolta a destra tra duecento metri". La Ruah fa una cosa diversa e più esigente: ci dà lucidità. Ci restituisce la capacità di leggere — di leggere la nostra storia, con le sue ferite e le sue risorse; di leggere la storia di chi ci sta accanto, che quasi sempre non conosciamo davvero; e di leggere quelli che il Concilio ha chiamato i segni dei tempi, cioè ciò che accade nel mondo e che ci interpella.

Edgar Morin ci ha insegnato che leggere la complessità è una competenza, non un istinto. Va imparata. Il discernimento è esattamente questo: una competenza spirituale e insieme critica, che si allena, si sbaglia, si affina.

Ed è qui che nasce l'espressione che considero il cuore di tutto: siamo chiamati a essere cogeneratori e cogeneratrici attivi di Bene e di Benedizione.

Co-: insieme, non al posto di, non sotto dettatura. Generatori: qualcosa viene alla luce che prima non c'era, e viene alla luce anche grazie a noi.

La volontà di Dio non si "subisce": si compie. E si compie nel momento preciso in cui una persona libera sceglie da che parte stare nella storia. Quando qualcuno decide di non voltarsi dall'altra parte. Quando un'insegnante decide di non lasciare indietro quel bambino. Quando una donna decide di non tacere. Quando qualcuno restituisce dignità a chi l'aveva persa.

Albert Bandura ha dimostrato, con il linguaggio della psicologia, ciò che la teologia sapeva da millenni: l'essere umano non è un organismo che reagisce a stimoli, è un agente, capace di intenzionalità, di previsione, di autoregolazione, di scelta. Togliere alle persone il senso della propria agentività — la fiducia di poter incidere — è la violenza più efficace che si possa esercitare su di loro. E purtroppo si può esercitare anche in nome di Dio.

  1. Resistenza pedagogica: la Cura non è sottomissione

Ne discende una consequence che so essere scomoda, e che scrivo con piena consapevolezza.

Compiere la volontà di Dio significa anche rifiutarsi di obbedire a chi ne usurpa l'autorità.

Esiste una tentazione ricorrente, nelle istituzioni religiose come in quelle civili, in politica come nelle organizzazioni: quella di sostituirsi a Dio. Di far coincidere la propria volontà con la Sua. Di presentare una decisione umana, magari legittima ma discutibile, come un imperativo assoluto davanti al quale ogni obiezione diventa peccato. Di usare il linguaggio dell'obbedienza, dell'umiltà, del "sacrificio" per ottenere silenzio.

Il meccanismo è sempre lo stesso, ed è riconoscibile: la persona che pone una domanda viene ridefinita come persona che ha un problema. Non si risponde alla domanda — si patologizza chi la fa. "Ti manca l'umiltà." "Sei orgogliosa." "Non hai spirito di obbedienza." Chi ha vissuto certi contesti sa esattamente di cosa parlo.

Contro questo, la Pedagogia della Cura non offre consolazione. Offre resistenza.

Perché — ed è forse il fraintendimento più diffuso — la Cura non è dolcezza passiva. Non è remissività, non è accondiscendenza, non è quel "prendersi cura" addomesticato che chiede alle persone (e storicamente soprattutto alle donne) di assorbire in silenzio ciò che non funziona.

La Cura è emancipazione. È svelamento: dare un nome ai meccanismi di potere che si nascondono dietro il linguaggio spirituale. È esercizio di libertà critica: la capacità di distinguere tra un'autorità che serve e un'autorità che si serve.

Tina Anselmi, che alla difesa delle istituzioni democratiche e allo smascheramento delle strutture opache di potere ha dedicato una vita intera, ci ha lasciato una lezione che vale anche dentro le comunità di fede: la libertà non si difende con la fiducia cieca, ma con la vigilanza. Zygmunt Bauman ci ha mostrato quanto sia facile, in una società liquida, cercare rifugio in autorità forti che promettano certezze in cambio di libertà: è un baratto che sembra conveniente e non lo è mai.

E allora sì: c'è una disobbedienza che è forma alta di obbedienza. Non la disobbedienza capricciosa, non quella narcisistica di chi vuole solo affermarsi. Ma quella di chi, davanti a una richiesta che ferisce la dignità di una persona, sceglie di stare dalla parte della persona. Perché è lì — non nelle procedure, non nelle gerarchie, non nei documenti — che il Vangelo ha collocato il volto di Dio.

  1. Conclusione: un Dio che ci vuole protagonisti

Torniamo al punto di partenza, a quella provocazione musicale che chiede scusa a Dio.

Forse il malinteso è tutto lì. Forse non c'è nulla di cui scusarsi, quando si abbandona un'immagine di Dio troppo piccola. Forse quel congedo è già l'inizio di un incontro più vero.

Il Dio del Vangelo non chiede persone spaventate, ubbidienti e vuote. Chiede persone vive. Non ci vuole spettatori del nostro destino: ci vuole protagonisti. Non ha scritto la nostra storia al posto nostro: ci ha dato il Soffio per scriverla insieme a Lui, con lucidità, con responsabilità, con la libertà pericolosa e magnifica di poterci anche sbagliare.

Una fede adulta non è una fede senza dubbi. È una fede che ha smotto di aver bisogno della magia, perché ha trovato qualcosa di più solido: una presenza che resta accanto e non decide al posto nostro.

E questa, alla fine, è anche la definizione più esatta che conosco di un buon educatore.

Question Time — parliamone

Ora tocca a voi. Vi lascio tre domande, e vi chiedo di rispondere con la stessa onestà con cui ho scritto:

  1. Qual è stata la prima volta in cui vi siete accorti che il Dio che vi era stato insegnato non bastava più per la vita che stavate vivendo? Che cosa è successo dopo?

  2. Vi è mai capitato di sentirvi dire "è la volontà di Dio" davanti a una situazione ingiusta? Come vi ha fatto sentire — e che cosa avreste voluto sentirvi dire, invece?

  3. Dove finisce, per voi, il rispetto per un'autorità e dove comincia il dovere di dissentire? Esiste una linea — e chi la traccia?

Scrivetelo nei commenti. Questo spazio non serve a distribuire risposte giuste: serve a pensare insieme.

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