Due pesi, due misure e la profanazione del Bene Comune: perché l'etica e la dignità non hanno colore politico

 di FabianaFrancesca Ceravolo


Mentre in Campidoglio si apre una camera ardente, l'Italia litiga su chi meriti l'onore di un popolo. Ma la domanda vera è un'altra: abbiamo ancora un criterio, o ci è rimasta soltanto la tessera?

Una bara, una bandiera e una domanda che non possiamo più rimandare

Emma Bonino è morta l'11 settembre. Martedì 15 lo Stato italiano le renderà onore nella Sala della Protomoteca, in forma laica, come lei avrebbe voluto. E come sempre accade in questo Paese, prima ancora del silenzio è arrivato il rumore: se li merita?

Voglio essere onesta fino in fondo, perché è l'unico modo in cui so scrivere. Non ho condiviso molte delle battaglie di Emma Bonino. Su alcune — quelle che toccano la vita nascente — la mia coscienza di credente e di pedagogista sta altrove, e non ho intenzione di ammorbidire questa distanza per apparire più accomodante. Ma proprio perché la distanza c'è, e resta, mi accorgo di una cosa che mi inquieta molto più del dissenso: non stiamo discutendo di criteri. Stiamo discutendo di appartenenze. E quando un popolo smette di avere criteri e conserva soltanto appartenenze, il Bene Comune non viene semplicemente trascurato: viene profanato.

Che cosa dovrebbero essere, davvero, i funerali di Stato

Tecnicamente sono un atto deliberato dal Consiglio dei ministri ai sensi della legge 7 febbraio 1987, n. 36. Ma la norma dice il come, non il perché. Il perché dovrebbe dirlo la coscienza civile di una nazione.

Un funerale di Stato non è un premio di consolazione distribuito all'oligarchia del potere. Non è l'ultimo privilegio di una carriera. Non è il riconoscimento di essere stati importanti: è il riconoscimento di essere stati utili a tutti. È il grazie di un popolo intero a chi ha speso la vita per sradicare la miseria, per allargare i diritti anche a chi non poteva reclamarli, per costruire pace, accoglienza, giustizia. È la bandiera che un Paese posa sopra chi lo ha servito, non sopra chi se n'è servito.

Se davvero applicassimo questo criterio — e lo applicassimo a tutti, senza sconti — i funerali di Stato in Italia si celebrerebbero a pochissime persone. Pochissime. E sarebbe, credo, un enorme atto di verità.

Il doppio peso: l'indignazione a intermittenza

Qui sta il punto che mi brucia. Negli anni questo Paese si è raccolto in cerimonie solenni attorno a uomini di potere il cui cammino pubblico era attraversato da inchieste, processi, perfino condanne passate in giudicato: e in quelle occasioni chi oggi grida allo scandalo invocava la pietà, il rispetto, il silenzio, la grandezza storica. Oggi, davanti a una donna che dello Stato non ha fatto un affare personale, le stesse voci riscoprono il rigore morale e chiedono conto dell'anima.

Non è rigore. È doppio peso. È la misura che si allarga per i nostri e si stringe per gli altri. Il profeta Amos e il libro dei Proverbi lo dicono con una durezza che noi abbiamo addomesticato: due pesi e due misure nella stessa borsa sono un abominio davanti a Dio. Non un'imprecisione contabile: un'idolatria. Perché chi cambia la misura secondo la convenienza ha già sostituito Dio con la propria parte.

«Se chiedo perché sono poveri»

Dom Hélder Câmara, vescovo dei poveri del Nordest brasiliano, l'ha detto una volta per tutte:

Quando do da mangiare ai poveri mi chiamano santo. Quando chiedo perché sono poveri mi chiamano comunista.

Ho conosciuto quella terra. So che cosa significa la carità quando si ferma al pacco viveri e che cosa succede quando osa diventare domanda sulle cause. L'etichetta ideologica serve esattamente a questo: a disarmare in partenza chiunque provi a esercitare onestà intellettuale. Non devi confutarlo, ti basta collocarlo. Comunista. Fascista. Buonista. Radical chic. Tre sillabe e la coscienza è a posto: non devo più pensare, mi basta schierarmi.

È la forma più efficiente di analfabetismo civile che conosca. E funziona benissimo anche fra i credenti. Anzi: fra i credenti funziona meglio, perché ha il vantaggio di sembrare fedeltà.

Lo spartiacque non è l'ideologia: è servire o servirsi

Diciamolo con chiarezza, perché troppi hanno interesse a confonderlo: l'onestà non è di sinistra e la legalità non è di destra. La dignità della persona non è un programma elettorale.

Paolo Borsellino veniva da una sensibilità conservatrice e non l'ha mai nascosta. È morto per lo Stato, in nome del dovere e della legalità, mentre pezzi di quello stesso Stato lo lasciavano solo. Rosario Livatino, il giudice ragazzino, aveva una fede limpida e antica e annotava sulle sue agende una sigla — sub tutela Dei — prima di ogni udienza: non ha mai usato il crocifisso come una clava, l'ha usato come una regola per sé. Aldo Moro, democristiano, ha pagato con la vita la coerenza di chi cercava un'Italia più larga di ogni steccato. Tina Anselmi, cattolica, partigiana, prima donna ministro della Repubblica, ha guardato dentro la P2 senza tremare quando tutti le consigliavano prudenza. Antonio Gramsci ha pensato la libertà dal carcere in cui lo aveva rinchiuso il fascismo. Gandhi ha disarmato un impero senza disarmare la propria coscienza.

Che cosa hanno in comune? Nulla, ideologicamente. Tutto, eticamente. Stanno tutti dalla stessa parte di una linea che non passa fra destra e sinistra, ma fra chi serve il Paese e chi usa il Paese. Quella linea attraversa ogni partito, ogni parrocchia, ogni collegio docenti. Attraversa anche me. È lì che si gioca la partita vera, e non ammette tifoserie.

Due vignette, due cristianesimi

In questi giorni sui social ne circolano due, ed è impressionante quanto dicano di noi.

Nella prima, Emma Bonino arriva in Paradiso e trova ad accoglierla Papa Francesco. Sono entrambi in sedia a rotelle, uno di fronte all'altra, e riprendono il dialogo cominciato sulla terra: quel rispetto reale, mai ipocrita, mai rinunciatario, che portò il Papa a riconoscerne pubblicamente la statura pur restando a distanza siderale dalle sue idee. È l'immagine di una Chiesa dell'incontro, che non ha paura delle differenze perché non ha paura di sé.

Nella seconda, rilanciata da molti cattolici, i bambini mai nati sbarrano il cancello del Paradiso: qui non entri. Una sentenza. Un tribunale disegnato a fumetti.

Io mi fermo davanti a questa seconda immagine con un dolore che non riesco a nascondere. Non perché sia irriverente: perché è violenta. Perché mette dei bambini a fare i carcerieri dell'eternità. Perché trasforma le vittime in aguzzini e chiama questo difesa della vita. Perché cancella con un tratto di penna cinquant'anni di lotte contro la fame nel mondo, contro la pena di morte, contro le mutilazioni genitali femminili, per i diritti degli ultimi e dei migranti — e nessuno di noi ha l'autorità per cancellare il bene che un altro ha fatto.

Soprattutto: perché si arroga il giudizio finale. Che non ci appartiene. Mai. Nemmeno quando siamo convinti di avere ragione — e io, su certe questioni, credo di averla. Ma avere ragione non mi rende giudice di nessuno. Questo è il cristianesimo della vendetta: implacabile con gli altri, tenerissimo con i propri. La misericordia diventa una risorsa scarsa, da amministrare secondo appartenenza. È il doppiopesismo trasferito dall'etica pubblica all'eternità.

Sepolcri imbiancati, ovvero la fede come clava

Gesù di Nazareth non ha usato parole tenere per questo meccanismo: sepolcri imbiancati. Belli fuori, pieni di morte dentro. Non lo disse ai pagani né ai peccatori pubblici: lo disse ai religiosi osservanti, a quelli che avevano tutte le carte in regola. A noi.

Perché è comodissimo usare la fede come bandiera identitaria e non come conversione. Il rito non ti chiede di cambiare; la metanoia. Difendere un simbolo costa un post; lasciarsi convertire dal volto di chi non la pensa come te costa una vita intera. Papa Francesco ha passato dodici anni a ripetercelo in tutti i modi, e noi in tutti i modi abbiamo fatto finta di non capire.

La domanda che mi faccio, e che faccio a chi legge, è semplice e scomoda: la mia fede mi rende più capace di ospitare l'altro, o solo più sicuro di avere ragione? Se la risposta è la seconda, non è fede. È ideologia con l'incenso.

E allora educhiamo diversamente

Scrivo da insegnante, e qui torno a casa mia.

Ogni giorno, davanti a bambine e bambini, ho una responsabilità enorme e nascosta: non insegno loro solo dei contenuti, insegno loro come si sta al mondo quando si dissente. Se imparano da noi che chi la pensa diversamente è un nemico da annientare, avremo prodotto cittadini perfetti per le tifoserie e inutili per la democrazia.

Educare a un pensiero critico significa esattamente questo: insegnare a distinguere il giudizio sulle idee dal disprezzo delle persone. Insegnare che si può dire «non sono d'accordo» senza aggiungere «e quindi non vali». Insegnare che i diritti senza i doveri sono capricci e i doveri senza i diritti sono servitù. Insegnare che la legalità non è un'opinione, la solidarietà non è debolezza, la misericordia non è resa. Insegnare una cittadinanza del mondo che non rinunci alle proprie radici, ma non le usi come muro.

Ai funerali di Stato di martedì io non chiedo di essere d'accordo con Emma Bonino. Chiedo che un popolo sia capace di dire grazie e insieme di dire ma. Che sappia onorare senza canonizzare e dissentire senza condannare. Perché il giorno in cui useremo una sola misura — la stessa per gli avversari e per i nostri — quel giorno il Bene Comune smetterà di essere una parola da comizio e tornerà a essere una casa.

Poi lasciatemi dire l'unica cosa che davvero conta, e con cui chiudo: dove sia ora Emma Bonino non lo so. Non lo so io e non lo sa nessuno di quelli che in questi giorni hanno disegnato cancelli. So soltanto che la porta la tiene Qualcuno che è molto più misericordioso di noi. Ed è un'ottima notizia. Per lei e, soprattutto, per me.

E voi: qual è il criterio con cui decidereste a chi tributare l'onore di un popolo? Scrivetemelo. Ne discuto volentieri, anche — e soprattutto — con chi non la pensa come me.

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