Il pezzo di carta e gli anni di servizio non bastano

di FabianaFrancesca Ceravolo



Due tredicenni nella stessa aula

Venerdì 18 settembre, poco dopo le nove. In una scuola secondaria di primo grado di Centocelle, a Roma, una professoressa di lettere sta per cominciare l'interrogazione di recupero del debito di storia. Un ragazzo di tredici anni entra in ritardo, con un caschetto da ciclista e degli occhiali con telecamera. Le spruzza in faccia uno spray urticante, poi la colpisce tre volte al fianco con un coltello. Non dice una parola.

Un altro ragazzo di tredici anni, un suo compagno, italiano di famiglia originaria del Congo, gli si getta addosso, lo blocca da dietro e lo ferma. La professoressa, Isabella Marsilio, sessantasei anni e quasi quaranta di insegnamento, si salva.

Due tredicenni. Stessa età, stessa aula, stessa campanella. Uno ha trasformato un debito scolastico in un affronto da vendicare, l'altro ha trasformato la paura in un gesto di protezione. La stessa scuola ha contenuto, nello stesso istante, la ferita e la cura.

Voglio dirlo con chiarezza, prima di ogni altra cosa: alla professoressa Marsilio va la mia solidarietà piena, senza condizioni e senza "ma". Nessuna idea, per quanto lontana dalla mia, rende meno grave una coltellata. E le sue prime parole mi hanno toccata: ha detto di aver già perdonato quel ragazzo e di volerlo incontrare, per capire da dove venisse tanta rabbia.

Proprio per questo, però, non posso fermarmi qui.

«Le mie idee non cambiano»: anatomia di un cortocircuito

Nelle ore successive, la stampa ha dato conto dei contenuti pubblicati dalla docente sui suoi profili social: post favorevoli alla cosiddetta "remigrazione", una foto profilo con il volto di Giorgio Almirante, pensieri contro una «società multietnica che fa schifo». Alla domanda se provasse disagio per essere stata salvata proprio da un ragazzo di origine congolese, ha risposto di non vedere alcuna contraddizione: «Le mie idee non cambiano». Il suo allievo, ha precisato, ha tutto il diritto di restare in Italia e meriterebbe una medaglia; diverso sarebbe per chi arriva e delinque.

"Remigrazione" non è una parola neutra. Nel lessico dei movimenti identitari europei indica il rientro forzato o "incentivato" nei Paesi d'origine di persone considerate estranee alla nazione, spesso a prescindere dalla loro condotta e perfino dalla loro cittadinanza. Il criterio non è ciò che fai: è ciò che sei. Per questo la distinzione tra "il mio allievo buono" e "gli altri" non scioglie il cortocircuito, lo conferma. Quel ragazzo, per meritare di restare, ha dovuto salvare una vita. I suoi compagni di origine italiana non devono dimostrare niente.

La docente ha dichiarato anche che la politica non è mai entrata nelle sue classi. Non ho motivo di dubitare della sua buona fede e non pretendo di giudicare una carriera da qualche post. Ma nel 2026 un profilo social pubblico è parte dell'aula: lo leggono gli allievi e le allieve, i loro genitori, i fratelli maggiori. Un ragazzo di origine africana che trova sulla bacheca della sua insegnante l'idea che la società in cui vive "faccia schifo" perché lui ne fa parte riceve un messaggio educativo potentissimo, anche se in classe non gli è mai stato detto nulla.

In apertura di entrambe le mie tesi, in Scienze Religiose e in Scienze Pedagogiche, ho posto le stesse parole di papa Francesco: l'educazione non può essere neutra; o arricchisce la persona o la impoverisce, può persino corromperla. Non esiste un educatore "privatamente" ostile alle differenze e "professionalmente" accogliente. La persona che educa è una sola.

Le altre derive

Il caso di Centocelle è la punta visibile di un fenomeno che chi vive la scuola e la Chiesa dall'interno conosce bene. Accanto alla retorica xenofoba, nel discorso pubblico di alcuni adulti che educano emergono altre derive: l'adesione, a volte inconsapevole, all'immaginario incel, con il risentimento maschile verso l'emancipazione femminile; la minimizzazione o il negazionismo del femminicidio, liquidato come "emergenza gonfiata" mentre continuiamo a contare le donne uccise; l'estremismo identitario, che divide il mondo in "noi" e "loro".

I ragazzi se ne accorgono, sempre. Nell'indagine di campo della mia tesi in Scienze Pedagogiche, Gabriele, quindici anni, ha scritto: «Ho visto di tutto. Professori prendere in giro i miei compagni che sono di una cultura diversa (…), ma se lo chiedono se il loro modo forte ci può ferire?».

La domanda allora non è politica, è pedagogica: come può un adulto che nutre disprezzo per le differenze culturali o di genere mettersi ogni mattina davanti a una classe fatta di bambini e bambine nati qui da famiglie arrivate da ogni continente, di ragazze che devono imparare che il loro "no" è un "no" e di ragazzi che devono imparare ad ascoltarlo? Paulo Freire ha dato un nome esatto a questa contraddizione: parlare di umanesimo e, allo stesso tempo, negare gli uomini. Un educatore che vive questa scissione non è solo incoerente. È pericoloso, perché insegna con l'esempio che la dignità è una concessione e non un dato.

Il pezzo di carta e gli anni di servizio

Chi, come me, ha frequentato l'Istituto Magistrale ricorda il certificato medico di idoneità richiesto per accedervi. Era un filtro rudimentale, che guardava soprattutto al corpo ed è stato giustamente superato. Ma partiva da un'intuizione giusta: non chiunque può stare davanti ai bambini.

Oggi quell'intuizione si è persa. Ci accontentiamo del pezzo di carta: una laurea, un concorso, magari molti anni di servizio. Tutto necessario, nulla sufficiente. Il titolo certifica ciò che sai, non chi sei quando un bambino piange perché lo chiamano "negro" o un adolescente ti guarda con odio per un'insufficienza. E l'anzianità non basta: nella mia tesi osservavo che, anche dopo i corsi di aggiornamento, chi non rinnova la propria mentalità continua a ripetere gli stessi errori, trovando perfino conferme al proprio modo di fare. Gli anni possono consolidare la saggezza. Possono anche consolidare il pregiudizio.

L'idoneità di cui abbiamo bisogno non è medica: è etica, relazionale, pedagogica. L'educatore è un professionista del senso, e in lui la preparazione scientifica deve essere integrata alla rettitudine etica. Se la rettitudine manca, la competenza non colma il vuoto: lo rende più pericoloso, perché gli dà autorità.

Parrocchie, oratori, curie: il paradosso più doloroso

I minori non abitano solo la scuola statale, ma anche le parrocchie, gli oratori, i gruppi, la catechesi. E qui il cortocircuito diventa ancora più grave. Esistono insegnanti di Religione Cattolica, catechisti ed educatori ecclesiali che condividono sui social, e a volte in aula, posizioni misogine, xenofobe e divisive. E ci sono comunità e uffici che lo vedono e tacciono.

Lo scrivo da insegnante di Religione Cattolica, la cui idoneità è stata riconosciuta da una Curia. Il Codice di Diritto Canonico, al can. 804 §2, chiede all'Ordinario del luogo di vigilare perché chi insegna religione si distingua per retta dottrina, testimonianza di vita cristiana e abilità pedagogica; il can. 805 gli dà il diritto di nominare, approvare e, quando ragioni di religione o di costumi lo richiedano, rimuovere gli insegnanti. L'idoneità all'IRC non è un timbro che si rinnova per inerzia: è un atto di discernimento.

Può dirsi "testimonianza di vita cristiana" il disprezzo pubblico per lo straniero? Il Vangelo che insegniamo non lascia margini: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Il Concilio, in Gaudium et Spes 29, chiede di eliminare ogni discriminazione per sesso, stirpe, colore, condizione sociale, lingua o religione come contraria al disegno di Dio; papa Francesco ha dedicato Fratelli tutti alla fraternità universale. E la Chiesa ha imparato, a un prezzo altissimo, che tutelare i minori significa guardare con attenzione chi mettiamo davanti a loro, anche per proteggerli da parole che umiliano e insegnano a disprezzare. Le Curie e i Vescovi che concedono o confermano l'idoneità non possono ignorare il profilo etico e la presenza pubblica di queste persone. Tacere, qui, non è prudenza: è corresponsabilità.

Non è censura: è deontologia

So già quale sarà l'obiezione: "Vuoi censurare le opinioni?". No. La libertà di pensiero, tutelata dall'articolo 21 della Costituzione, deve restare intatta. Un insegnante può essere conservatore o progressista, volere leggi sull'immigrazione più severe o più aperte, votare chi crede.

La linea di confine, però, esiste: passa là dove l'opinione diventa disumanizzazione. Quando le idee pubbliche di un educatore esprimono odio verso un gruppo di persone, negano violenze documentate come il femminicidio, discriminano per origine, genere o religione, non siamo più nel campo della libertà di opinione, ma in quello della deontologia e della tutela dei minori. E lì scatta un'inidoneità pedagogica: chi educa non può insegnare a qualcuno che vale meno di un altro, né in classe né sulla propria bacheca.

Serve un coraggio istituzionale che oggi manca. Dirigenti scolastici, Uffici Scolastici e Ordinari diocesani devono valutare l'idoneità etica e relazionale delle persone e, quando necessario, dire con chiarezza: non sei adatta, non sei adatto, a lavorare con allievi e allieve. Trovati un altro lavoro. Non è una provocazione mia: nella mia indagine di campo un collega di sostegno scriveva che quando viene a mancare l'amore per i ragazzi e per la propria professione «è meglio cambiare mestiere».

Da pedagogista della cura, aggiungo: anche questo va fatto con cura. Con procedure trasparenti, diritto di replica, un percorso formativo prima della decisione finale, perché spesso dietro la durezza di un docente c'è un burnout mai riconosciuto. Ma la cura verso l'adulto non può mai essere pagata con la salute interiore dei bambini.

Il ragazzo con il casco

C'è poi il tredicenne che ha colpito, di cui si parla con più fatica. Non voglio né giustificarlo né processarlo: la sua responsabilità resta intera. Ma un ragazzo che passa un'estate a covare rabbia per due debiti, si procura un coltello e trasforma un'aula in un palcoscenico per una diretta ci sta dicendo qualcosa. La stessa docente ha ricordato che, nei mesi precedenti, aveva mostrato segnali di malessere e di rabbia.

Giovanni Tagliaferro e Zbigniew Formella, in So-stare nel disagio (Alpes, 2022), riferimento principale della mia tesi, descrivono il disagio come una discrepanza fra sintomo e bisogno: l'esito di un senso di fallimento ripetuto, che diventa problematico quando nessuno lo riconosce. La loro proposta sta nel trattino: so-stare, restare accanto a un ragazzo nel suo malessere senza fuggire e senza ridurlo a una sanzione. Un quindicenne bocciato due volte lo ha detto meglio di qualsiasi manuale: «Agli altri professori interessa solo se abbiamo studiato (…). E noi? Ci sentiamo numeri (…). E questo, prof, è brutto, soprattutto ci fa sentire ancora di più la solitudine».

La risposta della scuola non può essere la punizione ideologica, né soltanto un richiamo a "più disciplina e più autorità". La disciplina senza relazione produce obbedienza o esplosione. Serve una presa in carico autentica: orientativa e curativa, capace di riconoscere le ferite prima che diventino armi.

La comunità educante nasce dalle relazioni

Più le relazioni dentro una scuola sono positive, meno problemi nascono; più sono malate e disfunzionali, più cresce il rischio di problemi gravi. Una scuola sana si fonda su accoglienza, fiducia e rispetto reciproco dei ruoli: tra Dirigente e docenti, tra colleghi, tra docenti e allievi e allieve, con il personale ATA e con le famiglie.

Si è però affermato il modello del Dirigente-Manager: chiuso nella sua stanza, assorbito da adempimenti e piattaforme, distante dal vissuto della comunità, che delega ai collaboratori stretti anche ciò che non è delegabile, cioè l'ascolto, l'empatia, la visione educativa. Non è la colpa di un singolo: è l'esito di un sistema che ha trasformato la guida educativa in amministrazione.

Ma i segnali del disagio non viaggiano nei protocolli: viaggiano nelle relazioni. Nella mia tesi parlavo di silenzio complice: team che vedono atteggiamenti umilianti di un collega e tacciono, istituzioni che fanno progetti sulla legalità mentre isolano chi prova a esporsi. Quando il vertice si isola e intorno si tace, la scuola perde la capacità di vedere, e quindi di prevenire. Una leadership relazionale, presente nei corridoi oltre che negli uffici, non è un lusso: è una misura di sicurezza.

Fermare la violenza senza restituirla

Torno, per concludere, al ragazzo che si è gettato sul compagno armato. Il suo gesto dice, meglio di qualsiasi trattato, cosa dovrebbe essere la scuola: fermare la violenza senza restituirla, proteggere chi è in pericolo, chiunque sia.

La scuola, come la parrocchia e ogni luogo in cui si cresce, è chiamata a essere un presidio umano e un cantiere di cittadinanza, dove si impara che la dignità non si merita salvando qualcuno, ma si riceve nascendo. Don Milani scrisse sul muro di Barbiana I care: mi sta a cuore, mi riguarda. Francesco d'Assisi scese da cavallo e abbracciò il lebbroso che gli faceva orrore. Educare è questo: scendere da cavallo, e lasciare che l'incontro con l'altro cambi prima di tutto noi.

Vi lascio una domanda, che rivolgo a chi insegna, a chi guida una scuola, a chi siede in una Curia: Chi, nella vostra comunità educante, ha oggi l'autorità e il coraggio di dire a un adulto "non sei adatto a stare con i bambini"? E chi ha il tempo e la presenza per accorgersi del ragazzo che sta covando rabbia, prima che la rabbia trovi un coltello?

Scrivetemelo. Ne discuto volentieri, anche, e soprattutto, con chi non la pensa come me.

Negli stessi giorni, ad Aprilia, un gruppo di giovanissimi ha aggredito un ragazzo al Parco Manaresi. La riflessione sul territorio e sulla solitudine dei nostri ragazzi proseguirà nel secondo articolo: «Il branco e il vuoto: Aprilia e la solitudine dei suoi ragazzi» (di prossima pubblicazione sulla stampa locale e/o su questo spazio).

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