Il bacio al lebbroso: quando Francesco mi ha insegnato a non scartare nessuno

di FabianaFrancesca Ceravolo



Adolescente, e una scintilla

Avevo quindici anni quando Francesco è entrato nella mia vita. Non con la solennità delle cerimonie, ma con la discrezione con cui entrano le cose che durano: come un’immagine che resta, e di cui per un po’ non sai che farne. Ne avrei capito il peso due anni dopo, in una casa di riposo, grazie a una donna di cui ricordo ancora il nome: la Signora Peppa (Nonna Peppa).

Facevo volontariato, e il mio «sì» ebbe l’odore di disinfettante e la consistenza della pelle fragile degli anziani. Una suora mi indicò una signora piccola, un cumulo di anni e di stanchezza sulla sedia a rotelle: «Portala in bagno e mettila a letto».

Provai panico. Le mani presero a tremare, avrei voluto scappare, terrorizzata all’idea di farle male. Fu allora che dal fondo della memoria riaffiorò un’immagine: Francesco e il lebbroso, il suo ribrezzo, la voglia di fuggire, e poi quel bacio.

«Signore, dammi la forza», sussurrai. E cominciai.

La accompagnai, la lavai, la sollevai; e mentre le mie mani toccavano la sua fragilità, la paura evaporò. Quando la adagiai tra le lenzuola pulite le rimboccai le coperte e, d’istinto, le posai un bacio sulla fronte. Sentii una gioia straripante, una pienezza mai provata.

Le parole di Francesco smisero di essere letteratura medievale:

«Quello che mi sembrava amaro, mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo».

Il mio lebbroso aveva il volto della Signora Peppa. Non fu lei a spiegarmi Francesco: fu lei a farmelo incontrare nella carne. È la prima lezione di pedagogia che ho ricevuto, molto prima di studiarla. Nessuno educa nessuno, ci si educa insieme, mediati dal mondo, diceva Freire. Io fui educata quel giorno da una donna fragile che, apparentemente, non aveva niente da insegnarmi, e mi insegnò tutto.

Il deserto e la grazia

Ci sono stagioni in cui la comunità che sentivi casa diventa un luogo che giudica. Io l’ho attraversata: mi sono sentita delusa, esclusa, ferita. Il giudizio fa un male particolare quando arriva da chi condivide il tuo stesso pane, da chi ti conosce da anni, perché non toglie solo il posto, toglie il diritto di sentirti degna di averne uno.

In quel tempo mi trovai alla Porziuncola, ad Assisi, per la Messa. Mi sentivo, e uso la parola senza addolcirla, "lebbrosa": una da tenere a distanza, da non toccare. Dopo la Comunione, nel punto più basso del mio smarrimento, accadde ciò che non so raccontare senza tremare.

Mi sentii avvolta. Fu un abbraccio, un bacio, la certezza fisica di essere accolta dal Maestro Gesù di Nazareth, proprio lì dove mi percepivo scartata. Non ricevetti spiegazioni né verdetti, e nessuno mi disse che avevo ragione. Mi sentii riamata, custodita, preziosa.

Francesco, nel suo Testamento, racconta il proprio incontro con i lebbrosi: ciò che gli sembrava amaro gli fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. Per anni ho letto quella pagina come la storia di un santo che si china, e a diciassette anni, con la Signora Peppa, l’avevo vissuta dalla parte di chi si china. Alla Porziuncola l’ho capita dall’altra parte: dalla parte di chi viene baciata.

E ho scoperto che chi è stato baciato nella propria ferita non può più fingere di non vedere le ferite altrui.

La chiamata a San Damiano

Davanti al Crocifisso di San Damiano, quello che parlò a Francesco, sentii forte e chiara una chiamata che da allora non mi ha più lasciata: essere e divenire. Essere le mani, i piedi, la bocca e il cuore del Maestro per le persone che avrei incontrato: bambini e bambine, ragazzi e ragazze, famiglie, colleghi e colleghe, tutti coloro che il cammino di francescana, docente e pedagogista mi avrebbe affidato.

Notate il verbo: divenire. Non una conquista, ma un processo; non un titolo, ma un servizio. Mani che non stringono per trattenere, piedi che vanno verso chi non può venire, una bocca che dà parole e non sentenze, un cuore che non si chiude.

Francesco ricevette l’invito a riparare una casa in rovina. Credette si trattasse di pietre; era la Chiesa, e prima ancora lui stesso. Anch’io ho imparato che ciò che si ripara negli altri ricomincia a guarire in noi.

Educare oggi, spogliandosi del giudizio

Francesco si spoglia davanti al padre e alla città: un gesto che dice, prima di ogni teoria, che per accogliere bisogna lasciare le vesti del ruolo, del prestigio, dell’etichetta. È un’immagine potentissima per chi educa.

Nelle nostre scuole entrano ogni giorno allievi e allieve che portano addosso un’etichetta prima ancora di un nome: quello difficile, quella che non si impegna, quello che disturba, quella che «tanto non ce la fa». Gli studiosi del disagio e della dispersione scolastica, come Tagliaferro e Formella, ci ricordano che non si tratta di risolvere, ma di so-stare: restare accanto al disagio senza fuggire, senza giudicare, senza pretendere che si dissolva in fretta. Guetta e Chiappelli mostrano che la scuola può essere abbandonata, prima ancora che abbandonare: quando un ragazzo se ne va, spesso qualcuno, prima, ha smesso di aspettarlo.

È la stessa intuizione di Don Lorenzo Milani. Il suo I care, «mi sta a cuore», scritto sul muro di Barbiana, è il contrario esatto del «non è affar mio». Non ha bisogno di metodo, ha bisogno di un cuore disposto a farsi carico. E cura, per Milani come per Francesco, significa partire sempre dagli ultimi, perché è lì che si misura la verità di una comunità educante.

Chi ha provato sulla propria pelle cosa significa sentirsi lebbroso, giudicato, tenuto fuori, ha una competenza che nessun manuale dà: sa riconoscere da lontano lo sguardo di chi si sta sentendo di troppo. E sa che basta, a volte, una sola persona che non si ritrae per cambiare la direzione di una vita. Alla Porziuncola fu Lui a non ritrarsi da me; nella casa di riposo ero io a non dovermi ritrarre dalla Signora Peppa. Oggi, per qualcuno, potremmo essere noi.

In un tempo di solitudini connesse, di giudizi che corrono più veloci dei volti, di muri che si costruiscono con una facilità spaventosa, Francesco resta un maestro scomodo: ci ricorda che la fraternità, la sororità non è un sentimento, è una pratica quotidiana, e che comincia sempre da chi ci sembra più difficile da amare.

Una domanda, per voi

Il 4 ottobre non vorrei che ci bastasse ricordare un santo. Vorrei che ci chiedessimo, ciascuno e ciascuna nel proprio posto, che si tratti di una cattedra, di una cucina, di un oratorio, di uno studio o di una strada:

Chi, oggi, accanto a me, si sente “lebbroso”? E io, con le mie mani, i miei piedi, la mia bocca e il mio cuore, ho il coraggio di non voltarmi?

Scrivetemelo nei commenti, raccontatemi un volto, un gesto, la vostra "Signora Peppa": la persona fragile in cui per la prima volta avete capito cosa significa non voltarsi. Continuiamo insieme questo dialogo.

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