La nudità di chi lascia va coperta, non esposta
di FabianaFrancesca Ceravolo
Solidarietà ad Alberto Ravagnani, da una donna che per ventidue anni è stata suora e che quella strada continua a percorrerla.
Martedì 3 novembre, nello studio di BellaMa' su Rai 2, un uomo di trentadue anni che ha lasciato il ministero sacerdotale si è sentito chiedere, davanti alle telecamere, se fosse attratto dagli uomini o dalle donne. E poi, con un'insistenza crescente, se la sessualità l'avesse già «sperimentata con una persona». Sì o no.
Alberto Ravagnani ha chiesto di poter non rispondere. Gli è stato replicato che, avendo scelto di esporsi, aveva «il dovere di chiarirci le idee».
Io conosco quel silenzio. Conosco il nodo in gola di chi si trova davanti a una domanda che non è una domanda, ma una mano che fruga. Per ventidue anni sono stata suora. Ho servito in Italia e in Brasile. Poi ho lasciato, ma non ho smesso di camminare: dodici anni dopo la mia uscita, per due anni, ho trascorso in Senegal le vacanze di Pasqua, e quella strada la percorro ancora oggi: nelle aule, tra le famiglie, accanto a chi fa fatica. E so che cosa significa attraversare quella soglia, prima, durante e dopo. Per questo non riesco a tacere.
Prima di tutto: grazie, Alberto
Prima di ogni analisi, la solidarietà. Piena, senza riserve.
Davanti all'ennesimo affondo, Alberto ha risposto con una lucidità che andrebbe studiata nelle scuole di giornalismo: «Questa non è una domanda, questo è un giudizio». Non ha alzato la voce. Non ha restituito l'umiliazione. Ha semplicemente ricordato di essere molto di più di una parte della sua vita.
È questa la dignità più difficile: quella che non si difende attaccando, ma restando in piedi.
Non è questo il luogo per stabilire se la sua scelta sia stata giusta. Non spetta a me, non spetta a un conduttore, non spetta al pubblico del pomeriggio. Rispetto profondamente il sacerdozio e la vita consacrata: li ho vissuti dall'interno, li ho amati. E proprio per questo rispetto chi, dopo un discernimento serio, trova il coraggio di scegliere con chiarezza un'altra strada, invece di continuare a vivere con due piedi in una staffa.
L'ultimo tempo dentro: il dolore che nessuno vede
Chi lascia non lascia in un giorno. Questo fatica a capirlo chi guarda da fuori. Ma, spesso, non lo capisce nemmeno chi resta dentro: i confratelli, le consorelle, i superiori che ti vedono ogni giorno e non si accorgono di nulla, o non vogliono accorgersene.
Prima della decisione ci sono mesi, a volte anni. Notti di preghiera che sembra non trovare risposta. La paura di tradire Dio, la comunità, le persone che ti sono state affidate. Il senso di colpa che si insinua ovunque. Parole che non riesci a pronunciare nemmeno davanti alla tua guida spirituale. E intanto continui a servire, a sorridere, a esserci per gli altri, mentre dentro qualcosa si incrina in silenzio.
È un lutto anticipato. Giovanni Tagliaferro e Zbigniew Formella, scrivendo del disagio dei ragazzi e delle ragazze, parlano della necessità di so-stare: restare dentro la fatica senza fuggire e senza esserne schiacciati. Chi lascia la vita consacrata o il sacerdozio ha so-stato a lungo nel proprio disagio. Spesso da solo, da sola. Spesso senza che nessuno se ne accorgesse. E a volte con chi, intorno, quel disagio lo «interpretava» come altro.
La soglia: quando esci e non sai più chi sei
Poi, un giorno, esci.
E perdi molto più di un abito o di una tonaca. Perdi la casa, la comunità che era la tua famiglia, il ritmo delle giornate, il modo in cui gli altri ti chiamavano. Ti ritrovi adulto, adulta, a dover ricominciare da capo: un lavoro, un tetto, un curriculum che il mondo non sa leggere. Ci sono le carte, le attese, i passaggi burocratici e canonici. E ci sono gli sguardi: chi ti compatisce, chi ti giudica, chi semplicemente ti evita.
Lo so per esperienza: esistono obbedienze che feriscono l'anima. E uscire, a volte, non è una fuga. È l'ultimo, faticosissimo atto di fedeltà alla propria coscienza, quel luogo intimo che il Concilio Vaticano II, nella Gaudium et spes, chiama il sacrario della persona, dove ciascuno resta solo con Dio. Ed è, insieme, un atto d'amore verso le consorelle e i confratelli, sull'esempio del Maestro, Gesù di Nazareth: «Non c'è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (cfr. Gv 15,13).
Riprendersi in mano: la persona che rinasce
Ricostruirsi richiede anni. Si impara di nuovo a fidarsi, a lavorare in un mondo diverso, a desiderare senza sentirsi in colpa per il fatto stesso di desiderare. La fede, per molti di noi, non si spegne: cambia forma, si fa più spoglia, più vera.
È un percorso serio, complesso, delicato. Ed è un percorso che chiede soprattutto una cosa a chi ci sta intorno: rispetto dei tempi. Le parole arrivano quando sono mature. Non quando le pretende una scaletta televisiva.
Perché proprio la sessualità?
E allora la domanda che mi brucia è questa: a che cosa serve, esattamente, sapere con chi un ex sacerdote o una ex suora vada a letto?
Quella domanda porta con sé un sospetto: che chi lascia lo faccia per il sesso. Che il celibato o la castità fossero soltanto una gabbia e l'uscita una corsa al piacere. Riduce anni di discernimento a una curiosità da rotocalco. E, soprattutto, riduce una persona a un orientamento, a un'esperienza, a un «sì o no».
Lo dico con franchezza: se dopo ventidue anni di vita religiosa qualcuno mi avesse chiesto in diretta se avessi già «sperimentato» la mia sessualità, mi sarei sentita umiliata. Perché quella non è curiosità: è una violenza. È la violazione di un confine che nessuno aveva il diritto di oltrepassare. Non perché ci sia qualcosa di cui vergognarsi, ma perché l'intimità è un luogo sacro. È terra che si calpesta solo a piedi scalzi, e solo se si viene invitati.
Perfino il confessionale, il luogo in cui la Chiesa accoglie le parti più fragili delle nostre vite, è protetto da un sigillo inviolabile. Uno studio televisivo ha preteso ciò che nemmeno la Chiesa chiede di rendere pubblico.
Il voto di castità o il celibato, per chi li ha vissuti sul serio e continua a viverli, non sono un'ossessione per il sesso: sono una forma di dono, un modo di amare. Esserne sciolti non trasforma la propria sessualità in un debito verso il pubblico.
Domande che curano e domande che feriscono
Da educatrice, so che non tutte le domande sono uguali. C'è la domanda che apre, e la domanda che scassina.
Paulo Freire ci ha insegnato che il dialogo autentico nasce dall'amore, dall'umiltà e dalla fiducia nell'altro. Quando una domanda serve a dominare, a incalzare, a strappare una confessione, non è più dialogo: è anti-dialogo, è conquista. Don Lorenzo Milani scriveva sul muro di Barbiana «I care»: mi importa, mi sta a cuore. Prendersi a cuore qualcuno, però, non significa prendersi la sua vita.
Il Vangelo ci consegna un'immagine potentissima. Davanti a una donna esposta pubblicamente proprio per la sua sessualità, Gesù non le fa una sola domanda sulla sua intimità. Si china, scrive per terra, e disperde chi era venuto a giudicare.
E poi c'è Francesco d'Assisi. Quando si spoglia di tutto davanti al padre e alla città, il vescovo Guido non lo osserva, non lo commenta, non lo interroga: lo copre con il suo mantello. Ecco il gesto di chi ha un ruolo, un microfono, un'autorità, soprattutto se si dichiara cattolico. Coprire la nudità di chi si spoglia. Non esporla.
Il servizio pubblico e i ragazzi e le ragazze che guardano
Non mi interessa fare a Pierluigi Diaco ciò che è stato fatto ad Alberto: trasformare una persona in un processo. Mi interessa il gesto, e ciò che quel gesto insegna.
Perché la televisione educa, che lo voglia o no. E la Rai è servizio pubblico. Ogni giorno, nelle nostre classi, cerchiamo di insegnare ad allievi e allieve che il consenso conta, che i confini vanno rispettati, che «non voglio parlarne» è una risposta legittima e non un'evasione. Che cosa imparano i ragazzi e le ragazze quando vedono che chi si espone perde il diritto alla propria intimità? Che un «no» va forzato finché non cede?
La dignità di una persona viene prima dell'audience. Sempre.
Il silenzio dei vertici e ciò che chiedo
Nel momento in cui scrivo, la Rai come azienda non ha detto una parola. Il giorno dopo l'intervista, il 4 novembre, il conduttore è tornato in diretta senza alcun riferimento all'accaduto e senza scuse.
Non tutti, però, hanno taciuto. Milly Carlucci e gli autori di Ballando con le Stelle hanno definito in una nota «inaccettabile quanto accaduto». Il Comitato di redazione dei giornalisti del daytime Rai, insieme alle Commissioni pari opportunità di Rai e Usigrai, ha espresso solidarietà ad Alberto, ricordando che il servizio pubblico deve garantire un confronto mai umiliante. Anche il Consiglio di amministrazione si è diviso: tre consiglieri hanno parlato di modalità inquisitorie, una consigliera ha invece difeso il diritto del giornalista a fare domande scomode.
Secondo alcune indiscrezioni di stampa, i vertici non intendono prendere provvedimenti: avrebbero giudicato sbagliati i toni, ma non la sostanza. Ed è proprio qui che, da educatrice, non posso essere d'accordo.
La sostanza era il problema. Nessuno contesta il diritto di fare domande scomode. Il punto è un altro: quando Alberto ha chiesto di non rispondere, gli è stato detto che aveva il dovere di farlo. Il diritto di non rispondere, che pure tutti dichiarano di riconoscere, in quello studio non è stato rispettato. Un «no» che non viene accolto non è una questione di tono. È una questione di consenso.
Per questo chiedo, con rispetto ma con chiarezza:
- Scuse pubbliche ad Alberto Ravagnani, da parte del conduttore e di chi ha la responsabilità editoriale del programma, nello stesso spazio in cui l'umiliazione è andata in onda.
- Una parola dei vertici Rai. Il silenzio di un servizio pubblico non è neutralità: è un messaggio, e milioni di persone lo stanno ascoltando.
- Una riflessione interna sulle interviste che toccano l'intimità: orientamento, vita affettiva, sessualità, scelte di fede. Con un principio semplice, che insegniamo ogni giorno nelle nostre classi: quando una persona dice «non voglio parlarne», la conversazione su quel punto finisce lì.
Ripartire dalle basi
A chi ha lasciato come me, a chi sta per farlo, a chi ancora non sa: la nostra storia ci appartiene. Raccontiamola quando vorremo, come vorremo, se vorremo. Nessuno, proprio nessuno, ha il diritto di metterla in piazza al posto nostro.
E a tutti noi lascio qualche domanda, perché è da lì che la cura comincia:
- Dove finisce la curiosità e dove comincia la violenza?
- Che cosa significa, davvero, ascoltare la storia di qualcuno?
- Se aveste attraversato una soglia così, che cosa avreste voluto sentirvi chiedere?
Vi aspetto nei commenti. Con rispetto, libertà, dignità e umanità.
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Immagine di copertina generata con intelligenza artificiale.



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