Dalla giusta distanza alla giusta presenza Perché educare non significa tenersi al sicuro, ma restare.
di FabianaFrancesca Ceravolo
![]() |
| Immagine generata con AI |
Una distanza che non proteggeva nessuno
C'è una frase che ho sentito ripetere per anni, nella formazione per la Vita Religiosa, nei corsi per docenti, nei collegi dei docenti e nei corridoi delle scuole: «Mantieni la giusta distanza». Me la consegnavano come si dà un consiglio prudente a chi rischia di bruciarsi. E per molto tempo ho provato a obbedire.
Poi ho cominciato a guardare meglio. Penso alla bambina che, durante l'intervallo, resta al banco a sistemare e risistemare l'astuccio, con la cura ossessiva di chi sta tenendo insieme qualcosa di molto più grande di una penna. Penso al ragazzo che ride più forte degli altri proprio mentre lo prendono di mira in chat. Ne ho incontrati tanti, di questi volti. E ogni volta ho capito che la "giusta distanza" mi avrebbe permesso di vedere tutto senza toccare nulla. E che loro se ne sarebbero accorti.
Ho iniziato a chiedermi: distanza da cosa? Da chi? E soprattutto: per proteggere chi?
Questo articolo nasce da quella domanda. E da una convinzione maturata tra le aule di Roma, Castel Sant’Elia, Aprilia, le comunità del Brasile e la scuola in Senegal: la vera professionalità educativa non coincide con la distanza, ma con una presenza. Giusta, responsabile, incarnata.
La giusta distanza: un'eredità clinica diventata alibi
Il concetto non nasce in aula. Viene dal mondo clinico-sanitario e dalle professioni d'aiuto, dove serviva a proteggere l'operatore dall'esaurimento e la persona dall'invadenza. Aveva una sua saggezza: non confondersi con l'altro, non sostituirsi a lui, non usare la relazione per colmare i propri vuoti.
Ma trapiantato nella scuola quel principio ha cambiato natura. È diventato anestesia emotiva: non sentire per non soffrire, non coinvolgersi per non rischiare, non esporsi per non essere chiamati in causa. La distanza si è fatta distanza di sicurezza. E la sicurezza, quasi sempre, è quella dell'adulto.
Ho visto colleghi e colleghe bravissimi spegnersi dietro questa formula. Non per cinismo, ma per paura: paura di non reggere, di sbagliarsi, di trovarsi davanti a un dolore senza avere in tasca il protocollo giusto.
La professionalità non è insensibilità. È saper stare con quello che si sente.
Ecco il passaggio che propongo: dalla giusta distanza alla giusta presenza, o prossimità responsabile. Non si tratta di abolire il confine. Un adulto che si confonde con il dolore di un allievo o di un'allieva non lo aiuta: lo affoga. Si tratta di spostare il baricentro. Il confine non serve a tenere lontano l'altro, ma a permettermi di restare.
Giovanni Tagliaferro e Zbigniew Formella, in “So-stare nel disagio”, hanno dato a questa postura un nome prezioso: so-stare. Saper stare, e sostare, accanto a chi è nel disagio. Senza fuggire e senza invadere. Riconoscere, sostenere, accompagnare.
«L'avete fatto a me»: la grammatica dell'Incarnazione
C'è un versetto che porto con me dagli anni in cui ho iniziato a leggere con passione il Vangelo, avevo quindici anni, e che non smette di scuotermi:
«Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40).
Lo abbiamo addomesticato. Lo leggiamo come una bella metafora: aiutare il povero è come aiutare Gesù. Ma il Maestro di Nazareth non dice "è come se l'aveste fatto a me". Non usa una similitudine. Il testo greco è asciutto, quasi spiazzante: emoì epoièsate, "a me lo avete fatto". Non è un paragone, è un'identificazione. Il Figlio dell'uomo non si mette accanto ai piccoli: si mette dentro di loro e… lì Lo incontriamo.
Per chi educa, questo cambia tutto. Il ragazzo deriso nel gruppo classe, la bambina arrivata da poco che ancora non capisce la lingua, l'adolescente che vive in una casa dove manca il necessario: ciò che accade a loro accade a Lui. Lo sgarbo, l'esclusione, l'umiliazione non sono inflitti a Gesù "in senso figurato". Sono inflitti a Lui stesso.
Il Mistero dell'Incarnazione dice la stessa cosa dall'altro versante. Dio non salva mantenendo la giusta distanza. Non osserva l'umanità da un osservatorio sicuro, con un protocollo d'intervento, come forse facevano le divinità greche, romane ed egizie; il Dio Padre/Madre rivelato dal Maestro Gesù di Nazareth no. Si fa carne (Gv 1,14). Prova sulla propria pelle la fame, la stanchezza, il tradimento degli amici, la violenza delle istituzioni religiose e politiche, la morte riservata agli scarti. Entra nel dolore invece di gestirlo.
Dio non ha mantenuto la giusta distanza. Ha scelto la giusta presenza. E l'ha pagata a caro prezzo… il Sangue e il Corpo del Figlio!
Francesco d'Assisi lo aveva compreso nel corpo, prima che nella mente. Nel suo Testamento racconta che vedere i lebbrosi gli era amaro, ma quando si fece loro vicino, quell'amarezza si trasformò in dolcezza. La conversione non avvenne guardandoli da lontano. Avvenne toccandoli.
Tredici e Control Z: quando la distanza diventa controllo
Le serie che i nostri ragazzi e ragazze guardano sono spesso più lucide di molti documenti ufficiali. Due, in particolare, mi hanno interrogata come educatrice.
In Tredici (13 Reasons Why), Hannah Baker attraversa la scuola lasciando segnali che nessuno raccoglie. Il colloquio con il consulente scolastico è, per me, una delle scene più dolorose. Lui non è cattivo. Ascolta però con le categorie del protocollo: cerca nomi, fatti, qualcosa da verbalizzare. Quando lei non riesce a darglieli, le suggerisce di andare avanti. È la giusta distanza nella sua forma più pura: corretta, formalmente ineccepibile, e del tutto assente.
Nelle stagioni successive, la risposta dell'istituzione al dolore si irrigidisce: più sicurezza, più regole, più sorveglianza. Come se il pericolo fosse ciò che entra dalla porta, e non ciò che nessuno ha voluto ascoltare.
Control Z, serie messicana, porta questa dinamica nel cuore del digitale. Un anonimo inizia a rivelare i segreti più intimi degli studenti di un liceo esclusivo. Quei segreti diventano armi proprio perché nessun adulto era stato un luogo sicuro dove depositarli. E gli adulti, quando compaiono, restano sullo sfondo o arrivano dopo, più preoccupati di contenere lo scandalo che di raccogliere le ferite.
Il meccanismo che queste storie svelano è lo stesso che vedo nelle nostre scuole, nelle nostre parrocchie e nelle nostre famiglie. Quando abbiamo paura di coinvolgerci nel dolore profondo dei giovani, la distanza non resta neutra: degenera in controllo. App per tracciare gli spostamenti, password dei cellulari pretese, registri, segnalazioni, protocolli rigidi. Tutto ciò che permette di sapere senza dover ascoltare.
Il controllo è la scorciatoia della distanza: ci dà l'illusione di esserci, senza chiederci di esserci davvero.
Non demonizzo la tutela né le procedure: a volte salvano vite. Dico che, quando sostituiscono la relazione, diventano un muro. Un ragazzo sorvegliato impara a nascondersi meglio. Un ragazzo ascoltato impara a parlare.
Il volto, la cura, la voce: i maestri della presenza
Non sono sola in questa intuizione. Un'intera tradizione di pensiero mi accompagna.
Emmanuel Lévinas ci ricorda che il volto dell'altro non è un oggetto da osservare: è un appello. Prima ancora che io decida qualcosa, quel volto mi interpella e mi chiede di rispondere. Nel volto, per Lévinas, è inscritto il primo comandamento: «Tu non ucciderai». Io aggiungo, da educatrice: l'indifferenza è già un modo lento di uccidere.
Zygmunt Bauman ha dato un nome al rischio opposto: adiaforizzazione. In Modernità e Olocausto descrive come la burocrazia renda le azioni moralmente "indifferenti", sottraendole al giudizio della coscienza. La persona diventa un caso, una pratica, un numero di protocollo. La scuola non è immune: quando un ragazzo diventa "il caso della seconda B", qualcosa di essenziale si è già perso.
Carol Gilligan, con In a Different Voice, ha restituito dignità a un'etica fondata sulla relazione e sulla responsabilità, non solo su principi astratti. Nel Noddings, in Caring, ne ha descritto il cuore: la ricettività, cioè la disponibilità ad accogliere l'altro così com'è; l'assorbimento (engrossment), un'attenzione piena alla sua realtà; lo spostamento motivazionale, quando le mie energie si orientano verso il bene e il progetto dell'altro. Nulla di sentimentale: è una disciplina dello sguardo.
Luigina Mortari, nella sua filosofia della cura, insegna che aver cura significa esserci con attenzione e rispetto, in una presenza che non invade e non abbandona. È la stessa sapienza del "so-stare": restare nel disagio dell'altro senza scappare e senza pretendere di risolverlo subito. Don Lorenzo Milani l'aveva scritto su un muro di Barbiana: I care, mi importa, mi sta a cuore. L'esatto contrario del "non mi riguarda".
Paulo Freire, infine, mi ha tolto ogni alibi di neutralità. L'educazione non è mai neutra: o libera, o addomestica. E per Freire non esiste dialogo senza un profondo amore per il mondo e per gli esseri umani. Una pedagogia della distanza, per quanto elegante, ha già scelto da che parte stare: dalla parte di chi non vuole essere disturbato.
Dalle ferite alle feritoie: da vittima a testimone
Devo dire una cosa che non si scrive facilmente. Conosco dall'interno il bullismo, la separazione, l'abuso. Per molto tempo li ho portati come si porta un peso: sopravvivendo. Ero rimasta in piedi, sì. Ma sopravvivere non è ancora vivere.
Ciò che mi ha cambiata non è stato dimenticare, né "superare" in fretta. È stato rielaborare: dare parola a ciò che era accaduto, incontrare persone capaci di ascoltarmi senza giudicarmi, rileggere la mia storia alla luce della fede e della pedagogia. Le ferite non sono scomparse, sono lì, a volte ho la sensazione di sentirne il dolore, ma non sanguinano più. Ma hanno smesso di essere soltanto ferite. Sono diventate feritoie: aperture attraverso cui oggi riesco a vedere il dolore degli altri.
È anche per questo che diffido della giusta distanza. Quando è stata usata con me “la giusta distanza” mi sono persa, la solitudine mi ha schiacciata, ho vissuto la cosiddetta “notte oscura”, ho toccato il fondo. Per questo, quando un ragazzo o una ragazza mi racconta un'umiliazione, un’angoscia profonda, la sua solitudine, non ho bisogno di immaginarla: la riconosco. E proprio perché l'ho attraversata e rielaborata, posso restare senza esserne travolta. Non proietto la mia storia sulla sua: le faccio spazio. Una ferita elaborata non mi rende fragile. Mi rende compassionevole, nel senso più antico del patire-con, e mi libera dal bisogno di giudicare e… di condannare.
Il passaggio decisivo, per me e per chi accompagno, è questo: la vittima subisce; chi sopravvive resiste, portando un peso; il testimone parla: prende in mano la propria storia, la nomina, la consegna agli altri come possibilità.
È ciò che Freire chiamava diventare soggetti della propria storia, non più oggetti di quella altrui. È la via per diventare protagonisti e protagoniste del proprio riscatto.
Ma nessuno diventa testimone da solo. Serve la certezza di essere ascoltati. Hannah Baker affida la sua verità a delle cassette registrate perché non ha trovato, quando era ancora in tempo, un volto adulto a cui affidarla. Questo è il fallimento che non possiamo più permetterci.
Un ragazzo o una ragazza si espone solo quando sa che dall'altra parte non troverà un protocollo, ma una persona.
Una domanda per chi educa
La giusta presenza non è un'altra tecnica da aggiungere al curricolo. È una conversione dello sguardo. Chiede di rinunciare alla comodità della distanza e di accettare il rischio della prossimità responsabile: esserci, con i propri limiti e le proprie ferite, sapendo anche quando chiedere aiuto, quando coinvolgere altre figure professionali, quando fare un passo indietro per lasciare spazio.
Non chiedo a nessuno di diventare eroe. Chiedo di diventare presenti. Di lasciarsi toccare. Di ricordare che ogni volta che una bambina viene umiliata in cortile o in un bagno di scuola, o un ragazzo arrivato da lontano viene escluso dal gruppo o deriso, accade qualcosa a Qualcuno.
Allora lo chiedo a noi, colleghi e colleghe, genitori, educatori ed educatrici: quale distanza stiamo mantenendo, e chi sta proteggendo davvero? Ci siamo mai sorpresi a controllare invece di ascoltare? Raccontatemelo nei commenti. Questo blog esiste per questo: per pensare insieme, con audacia.
E se siete una famiglia che sente il bisogno di uno spazio di ascolto pedagogico, potete scrivermi a ceravolofabiana@gmail.com.
Se stai attraversando un momento difficile, non restare in silenzio: parlane con un adulto di cui ti fidi, oppure chiama Telefono Azzurro (19696) o Telefono Amico (02 2327 2327).



Commenti
Posta un commento