Dalla parola che giudica alla parola che libera: I segni sulla pelle e le parole che restano: due storie di presenza educativa
di FabianaFrancesca Ceravolo
![]() |
| Immagine generata da AI. |
Prima della teoria, c'è sempre una storia
Nell'ultimo articolo, Dalla giusta distanza alla giusta presenza, ho provato a dire che la vera professionalità educativa non sta nel non sentire, ma nel saper stare con quello che si sente. Ho citato Lévinas, Noddings, Freire. Ma so bene che nessuna teoria della cura nasce sulla carta. Nasce prima nella carne.
Alla fine di quel testo mi sono lasciata interrogare da una domanda semplice: c'è stato, nella mia vita, un adulto che è stato per me una "giusta presenza"? La risposta è sì. Ma per raccontarla devo partire dal suo contrario. Perché ho conosciuto entrambi i volti dell'educazione: quello che ferisce e quello che libera.
Oggi vi consegno due ricordi. Il primo ha il sapore di una porta chiusa. Il secondo quello di una finestra spalancata. Insieme mi hanno insegnato una verità che porto in ogni aula: le nostre parole e i nostri sguardi lasciano segni che non si cancellano.
La lettera che nessuno lesse davvero
Prima media. La traccia del compito di italiano era di quelle che sembrano innocue: Scrivi una lettera a una persona importante per te e spiega il perché.
L'anno prima era morta mia nonna. Avevo undici anni e un dolore che non sapevo dove mettere. A scuola c'era la professoressa di musica, che le somigliava tantissimo: nei gesti, nel volto, in qualcosa che ancora oggi non saprei nominare. Starle vicino era un po' come ritrovare casa. Mi voleva bene, e me lo dimostrava nel modo più prezioso per una bambina: mi affidava piccoli compiti di fiducia. Fare le fotocopie, aiutarla a sistemare, essere "quella su cui si può contare".
Così scrissi a lei. E lo feci come solo le bambine e i bambini sanno fare: senza difese. Le raccontai la perdita, la nostalgia, le difficoltà di quel periodo, le mie fragilità. Era la prima volta che mettevo per iscritto il mio cuore. In fondo, era una richiesta d'aiuto travestita da tema.
La risposta non arrivò da lei. Arrivò dalla docente di italiano, che invece di chiamarmi in disparte e chiedermi come stai?, convocò mia madre. Davanti a me, le attribuì la responsabilità del mio malessere: era colpa della separazione tra lei e mio padre. Un'interpretazione già pronta, che non aveva nulla a che vedere con ciò che avevo scritto.
Ricordo il volto di mia madre. Non era ferita da quello che avevo scritto. Era ferita dal fatto che un'adulta, un'educatrice, non avesse capito.
Poi venne il silenzio. La professoressa di musica, da quel giorno, mi allontanò. Niente più fotocopie, niente più piccoli incarichi, niente più sguardi complici. Come se quella lettera l'avesse spaventata. Io mi sentii abbandonata da tutti gli adulti di riferimento, nello stesso momento.
E smisi di scrivere. Letteralmente. I miei voti in italiano, che erano sempre stati 8 e 9, crollarono a 3 e 4. Non perché non sapessi più farlo: avevo imparato che mettere il cuore sulla carta era pericoloso. L'anno dopo cambiai scuola. Non per fuggire, ma per ritrovarmi.
Quando l'adulto interpreta invece di ascoltare
Oggi, da docente e pedagogista, rileggo quell'episodio senza rancore. Quelle due donne non erano cattive. Erano, probabilmente, spaventate. Ma proprio per questo quella storia mi insegna molto su ciò che la distanza difensiva produce.
La docente di italiano non ha letto la mia lettera: l'ha classificata. Aveva già in mente una categoria, "figlia di genitori separati", e il mio dolore è stato fatto entrare a forza in quella casella. È ciò che Bauman descrive quando parla di persone ridotte a "casi": la spiegazione pronta ci risparmia la fatica dell'incontro. Ma una diagnosi senza ascolto non è cura. È un verdetto.
La professoressa di musica, invece, ha scelto la ritirata. Forse si è sentita investita di un ruolo troppo grande. Forse qualcuno le ha suggerito di "mantenere le distanze". Ma per una bambina in lutto, quell'allontanamento non è stato prudenza: è stato un secondo abbandono.
Un'allieva che apre il cuore non chiede una spiegazione. Chiede qualcuno che resti.
Ci sono tre lezioni che quell'episodio mi ha lasciato, e che ripeto spesso ai colleghi e alle colleghe:
Chi scrive con il cuore ci sta consegnando un segreto. Va custodito con riservatezza, non esposto.
Prima di interpretare, si chiede. Una sola domanda, "a chi pensavi mentre scrivevi?", avrebbe cambiato tutto.
Il crollo del rendimento è spesso un linguaggio. Quei 3 e 4 non dicevano "non sa scrivere". Dicevano "non mi sento più al sicuro".
Guetta e Chiappelli, nei loro studi sulla dispersione scolastica, ricordano che l'abbandono raramente è un evento improvviso: è un processo, fatto di piccole rotture relazionali che nessuno raccoglie. Io ho avuto la fortuna di poter cambiare scuola. Quanti ragazzi e ragazze, invece, da una ferita così non si rialzano, e semplicemente se ne vanno?
Lo sguardo che vide la vigna
Molti anni dopo, nella vita religiosa, incontrai una consorella a dir poco speciale. Non fu un incontro clamoroso. Fu, all'inizio, solo una presenza discreta: una donna che osservava, ascoltava, faceva poche domande ma sempre quelle giuste.
Col tempo cominciò a notare qualcosa in me che altri leggevano come un problema. Io facevo domande. Sollevavo dubbi. Non riuscivo ad aderire a una decisione se prima non ne avevo compreso il senso. In una comunità dove spesso si apprezzava il "sì" immediato, questo mio modo di essere veniva scambiato per resistenza, a volte per superbia, spesso per ribellione.
Lei, invece, vi intravide altro: una sensibilità particolare per la pedagogia, un modo diverso di stare accanto alle persone e di pensare l'insegnamento. E cominciò a valorizzarlo.
Un giorno mi disse una frase che porto ancora dentro come una benedizione: «Adesso sto capendo chi sei veramente. Tu sei come quel figlio della parabola che dice "No, non vado", ma poi ci pensa, e va a lavorare nella vigna.»
Si riferiva alla parabola dei due figli (Mt 21,28-31). Un padre chiede ai figli di andare a lavorare nella vigna. Uno risponde subito di sì, ma non ci va. L'altro dice di no, poi si pente, e ci va. E il Maestro Gesù di Nazareth chiede: chi dei due ha fatto la volontà del padre?
In quel momento mi sentii, per la prima volta, vista. Non corretta, non classificata, non tollerata. Vista. Quella consorella aveva capito che il mio "no" iniziale non era un rifiuto, ma l'inizio di un discernimento. Che dentro le mie domande non c'era ribellione, ma il bisogno di aderire con tutto il cuore, con tutte le forze e con tutta me stessa... e non solo con le labbra.
L'obbedienza creativa e la notte oscura
Fu lei a darmi un nome per ciò che ero: obbedienza creativa. Non un'obbedienza cieca o formale, che esegue senza capire. Ma un'obbedienza che ha bisogno di comprendere, di interrogare, di mettere in questione le cose, per poi aderirvi davvero, con libertà.
È la stessa intuizione di Freire, quando distingue l'educazione che addomestica da quella che libera. Ed è lo spirito del Concilio Vaticano II, che ha restituito dignità alla coscienza come luogo in cui la persona è sola con Dio. Quella consorella, senza citare nessuno, viveva tutto questo. Non pretendeva il mio consenso: lo aspettava, fidandosi che sarebbe arrivato.
Quando si ammalò, non fui io a sostenere lei, come forse ci si aspetterebbe. Fu lei, fino alla fine, a restare accanto a me. Con un ascolto autentico e una condivisione sorella. Con la capacità ostinata di vedere sempre il positivo. Con quella spinta gentile a tirare fuori il meglio di me. La sua giusta presenza è stata la linfa del mio sviluppo umano e pedagogico. Molto di ciò che oggi faccio in classe, lo devo a lei.
Poi se ne andò. E con lei se ne andò il mio punto di riferimento.
Cominciò quella che, con Giovanni della Croce, posso chiamare una notte oscura. Nella comunità tornò a prevalere una logica di distanza e di mancata comprensione. Le mie domande tornarono a essere lette come problemi. Il mio "no, poi sì" tornò a essere solo un "no". E lentamente, quasi senza accorgermene, quella strada mi portò ad allontanarmi dalla congregazione.
Non racconto questo per accusare. Racconto questo perché è la prova più dolorosa di ciò che sostengo: una sola giusta presenza può tenere in piedi una vocazione. La sua assenza può farla crollare.
Non ho perso la fede in quella notte. Ho perso uno sguardo. E ho capito quanto pesa uno sguardo.
Ciò che resta, e ciò che possiamo scegliere
Metto questi due ricordi uno accanto all'altro, e la differenza mi appare limpida.
Nella prima storia, due adulte hanno guardato una bambina e hanno visto un problema: un caso da spiegare, una situazione da cui proteggersi. Nella seconda, un'adulta ha guardato una donna inquieta e ha visto una vocazione: una ricchezza da far fiorire. Le circostanze erano diverse, certo. Ma la vera differenza stava nello sguardo.
La giusta presenza non è un concetto astratto. È un atto concreto e quotidiano: vedere oltre la superficie. Non fermarsi al voto che crolla, al silenzio, alla domanda scomoda, al "no" iniziale. Chiedersi che cosa c'è dietro. Valorizzare l'autenticità di chi ci sta davanti, invece di incasellarla in un giudizio.
Oggi, quando un allievo o un'allieva mi consegna un tema troppo personale, penso a quella lettera. E so cosa fare: lo chiamo in disparte, lo ringrazio della fiducia, gli chiedo come sta. E quando qualcuno, in classe o in sala docenti, mi risponde "no", ricordo che potrebbe essere proprio quel figlio della parabola, che sta solo cercando la strada per andare nella vigna con tutto sé stesso.
Ogni ragazzo e ogni ragazza porta con sé, per tutta la vita, il ricordo di come è stato guardato a scuola. Sta a noi decidere quale ricordo lasciare.
E voi? C'è stato un adulto che vi ha chiuso una porta, o uno che vi ha aperto una finestra? Chi è stata, per voi, una giusta presenza? Vi aspetto nei commenti: ogni storia raccontata è un pezzo di cura che restituiamo al mondo.



Commenti
Posta un commento